Il tuo corpo non è il nemico: capire le abbuffate compulsive

Le abbuffate compulsive non sono debolezza. Sono un disturbo che intrappola in un ciclo di vergogna e isolamento sempre più profondo.

E’ sera. Laura chiude la porta di casa, poggia le borse della spesa sul tavolo. Dentro ci sono cose che non aveva pianificato di comprare: tre confezioni di biscotti, due vaschette di gelato, patatine, cioccolato. Sa già come andrà. Tra mezz’ora sarà seduta sul divano, circondata da confezioni vuote, con quella sensazione di pesantezza fisica e quella vergogna che conosce troppo bene. Laura convive con le abbuffate compulsive da anni, ma solo di recente ha scoperto che ciò che vive ha un nome: disturbo da binge eating.

Il disturbo da abbuffate compulsive, tecnicamente definito Binge Eating Disorder, è il disturbo alimentare più diffuso nei Paesi occidentali. Eppure resta tra i meno compresi, spesso confuso con una semplice mancanza di volontà. Uno studio pubblicato nel 2024 su Psychological Medicine ha seguito 137 persone per cinque anni, rivelando una realtà che molti clinici intuivano ma faticavano a dimostrare: le abbuffate compulsive migliorano con il tempo, ma per molti il percorso dura anni, non mesi.

Quando mangiare diventa un modo di stare al mondo

Chi soffre di abbuffate compulsive vive un’esperienza che va ben oltre il rapporto col cibo. Nei minuti che precedono l’episodio, c’è un crescendo di tensione: il corpo si irrigidisce, il pensiero si restringe, il mondo intero sembra ridursi a quel bisogno urgente e ineluttabile. Non è fame fisica. È una spinta che nasce da un luogo più profondo, spesso legata a emozioni che non trovano altre vie d’uscita: ansia che non si placa, tristezza che non si nomina, rabbia che non ha parole.

Durante l’abbuffata, il tempo si dilata e si contrae. Molte persone descrivono una sensazione di estraniamento, come se guardassero qualcun altro compiere quei gesti meccanici. Il cibo diventa un anestetico, un modo per spegnere temporaneamente la coscienza di sé. Poi arriva il dopo: il corpo pesante, lo stomaco dolorante, e soprattutto quella vergogna che isola. Le abbuffate compulsive si consumano quasi sempre in solitudine, lontano dallo sguardo degli altri, perché chi ne soffre porta il peso di un giudizio interiorizzato: “Se solo avessi più controllo. Se solo fossi più forte.”

La ricerca di Javaras e colleghi ha documentato che dopo due anni e mezzo, il 61% dei partecipanti presentava ancora criteri diagnostici completi per le abbuffate compulsive, e un ulteriore 23% manifestava sintomi significativi. A cinque anni, il 45% manteneva il disturbo nella sua forma piena. Non sono numeri da prendere alla leggera. Raccontano di un disagio che perdura, che si insinua nella quotidianità e la trasforma.

Il corpo che parla quando le parole non bastano

Le abbuffate compulsive non sono solo un comportamento alimentare disfunzionale. Sono un linguaggio. Il corpo dice ciò che la mente fatica a elaborare. Quando Laura si ritrova davanti al frigorifero alle undici di sera, non sta cercando nutrimento nel senso stretto. Sta cercando un modo per non sentire. Per non pensare. Per esistere altrove, anche solo per un’ora.

Chi vive con questo disturbo spesso riferisce di sentirsi intrappolato in un ciclo che conosce bene ma non riesce a spezzare. Le abbuffate compulsive si innescano in momenti specifici: dopo una giornata difficile al lavoro, durante un periodo di stress prolungato, quando ci si sente soli. A differenza della bulimia, non seguono comportamenti di compenso come il vomito autoindotto. Il cibo resta dentro, insieme alla colpa, al senso di fallimento, alla promessa di “domani sarà diverso” che raramente si mantiene.

Dati chiave dello studio 2024: Su 137 persone seguite per 5 anni, il tempo mediano per raggiungere la remissione completa ha superato i 60 mesi. Il 35% di chi era in remissione dopo due anni e mezzo è ricaduto entro i cinque anni. Questi dati indicano che le abbuffate compulsive non sono un episodio transitorio, ma richiedono accompagnamento nel lungo periodo.

I percorsi di cura: non solo tecniche, ma incontri

Le linee guida internazionali indicano diversi approcci terapeutici validati: la terapia cognitivo-comportamentale, la psicoterapia interpersonale, la terapia dialettico-comportamentale. Ciascuna offre strumenti specifici, ma tutte condividono un elemento fondamentale: la creazione di uno spazio sicuro dove la persona possa esplorare il significato delle sue abbuffate compulsive senza sentirsi giudicata.

Non si tratta solo di “smettere di abbuffarsi”. Si tratta di riscoprire modi diversi di stare con le proprie emozioni. Di riconoscere che il cibo è diventato un linguaggio quando altri linguaggi si sono interrotti. La terapia non è una correzione, ma un accompagnamento. Un processo in cui imparare che quella fame non è sempre fame di cibo, ma può essere fame di significato, di connessione, di un posto nel mondo dove sentirsi accolti.

Alcuni approcci integrano interventi nutrizionali, altri si concentrano sulla regolazione emotiva, altri ancora esplorano le dinamiche relazionali che alimentano il disagio. La pluralità dei percorsi non è un limite, ma una ricchezza: riconosce che ogni persona con abbuffate compulsive porta una storia unica, e che non esiste una soluzione universale. L’approccio farmacologico, quando indicato, può supportare la riduzione degli episodi, ma non sostituisce il lavoro profondo di comprensione del proprio vissuto.

Quando chiedere aiuto diventa possibile

Molte persone con abbuffate compulsive aspettano anni prima di cercare supporto professionale. Lo studio di Javaras ha mostrato che i partecipanti della ricerca erano membri della comunità, non necessariamente in trattamento. Questo significa che i dati riflettono il decorso naturale del disturbo quando non viene affrontato. E i risultati parlano chiaro: senza intervento, il miglioramento è possibile, ma avviene più lentamente e con maggiore probabilità di ricadute.

Chiedere aiuto non è ammettere una sconfitta. È riconoscere che ciò che si vive ha dignità di cura. Che le abbuffate compulsive non sono un vizio da combattere in solitudine, ma un segnale che merita ascolto. I ricercatori non hanno trovato predittori chiari di chi guarisce prima o dopo: età, peso corporeo, gravità iniziale sembrano contare meno di quanto si pensasse. Questo significa che nessuno è troppo “grave” o troppo “lieve” per meritare sostegno. Chiunque soffra ha diritto a uno spazio dove quella sofferenza venga presa sul serio.

Le abbuffate compulsive non sono debolezza di carattere. Sono un modo complesso in cui il corpo e la mente cercano di gestire ciò che sembra ingestibile. Riconoscere questo è il primo passo. Il secondo è permettersi di non farcela da soli. Perché guarire non significa smettere di avere bisogno. Significa imparare a chiedere aiuto, a costruire legami che sostengano invece di isolare, a trovare modi più gentili di abitare il proprio corpo e la propria esistenza.

Bibliografia

Javaras, K. N., Franco, V. F., Ren, B., Bulik, C. M., Crow, S. J., McElroy, S. L., Pope, H. G., & Hudson, J. I. (2024). The natural course of binge-eating disorder: findings from a prospective, community-based study of adults. Psychological Medicine, 54(11), 2906-2916.

Mars, J. A., Iqbal, A., & Rehman, A. (2024). Binge Eating Disorder. In StatPearls. StatPearls Publishing. Aggiornato agosto 2024.

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