Otto ore di fila a convincere tua figlia a mangiare tre bocconi di pasta. Il piatto che torna intatto. La sensazione di fallire come genitore ogni volta che il bambino inappetente spinge via il cucchiaio. Chi vive questa esperienza conosce quella morsa allo stomaco: non sta mangiando abbastanza, si ammalerà, è colpa mia. Il momento del pasto, che dovrebbe essere nutrimento e condivisione, diventa un ring dove nessuno vince. Il bambino serra la bocca. Il genitore insiste. La tensione sale. E il cibo, paradossalmente, diventa l’ultima cosa di cui si parla.
Eppure dietro il rifiuto alimentare di un bambino inappetente c’è molto più di un capriccio. C’è un linguaggio che i più piccoli non sanno ancora tradurre in parole. C’è la fatica di crescere, il bisogno di controllare almeno una cosa, la paura di sensazioni nuove. E c’è, quasi sempre, l’ansia di chi li accudisce che amplifica tutto come una cassa di risonanza. Perché il cibo, sin dalla nascita, non è mai solo cibo: è amore, sicurezza, relazione. Quando un bambino inappetente rifiuta il piatto, i genitori sentono rifiutato qualcosa di molto più profondo.
Il corpo che parla quando le parole mancano
La bocca serrata di un bambino inappetente è spesso la risposta a una domanda che nessuno ha fatto ad alta voce. Recenti studi internazionali mostrano che le difficoltà alimentari nei bambini tra 0 e 3 anni coinvolgono circa il 24% delle famiglie, con un impatto significativo sulla salute mentale materna: il 50% delle madri con figli inappetenti riporta sintomi depressivi e il 23% manifesta ansia clinicamente rilevante. Il cibo diventa il terreno dove si giocano tensioni più ampie: la nascita di un fratellino, il rientro al lavoro della mamma, l’inserimento al nido, persino la percezione che qualcosa nell’equilibrio familiare sia cambiato.
Dal punto di vista del bambino inappetente, il rifiuto alimentare non è ribellione ma comunicazione emotiva. La psicologa e psicoterapeuta Valentina Carretta, nel suo articolo “Anoressia nei neonati e nella prima infanzia: cibo e amore” spiega che nei neonati e nella prima infanzia esiste una dinamica delicata tra bisogno di cibo e domanda d’amore: se a ogni pianto si risponde sempre con il biberon, il piccolo può confondere fame e bisogno di vicinanza emotiva. Il risultato? Un bambino che mangia controvoglia o che, al contrario, diventa inappetente perché cerca altro. Non nutrimento fisico, ma presenza. Non pappa, ma sguardo.
L’ansia contagiosa: quando il genitore amplifica il problema
Chi sta accanto a un bambino inappetente vive un paradosso emotivo difficile da sostenere. Da una parte c’è la preoccupazione legittima per la crescita del figlio. Dall’altra, la sensazione di non essere abbastanza bravi, di aver sbagliato qualcosa nel modo di proporre il cibo, di essere giudicati da pediatri, nonne, altri genitori. Il risultato è un’escalation di tensione che peggiora esattamente ciò che vorrebbe risolvere.
Un lavoro di Helle et al. (2024) e altri studi recenti, evidenziano che i sintomi di ansia e depressione materna sono associati a maggiori probabilità di pasti familiari irregolari e pattern alimentari problematici nei bambini. L‘ansia materna può essere predittore di comportamenti alimentari problematici nei figli. Madri con livelli elevati di stress tendono a utilizzare pratiche alimentari “controlling”: forzano il bambino inappetente a finire il piatto, usano il cibo come premio o punizione, offrono alternative su alternative pur di vedere il figlio mangiare qualcosa. Il cervello materno, nel tentativo di proteggere, innesca una spirale controproducente. Il bambino percepisce la tensione, associa il pasto a un momento spiacevole, si irrigidisce ulteriormente. E il ciclo si rinforza.
La ricerca pubblicata su BMC Psychology nel 2024 evidenzia come le famiglie con bambini che presentano problemi di pianto, sonno e alimentazione siano particolarmente vulnerabili allo stress genitoriale. Durante la pandemia COVID-19, questi nuclei hanno mostrato livelli di stress ancora più elevati rispetto a famiglie senza queste difficoltà. Il messaggio è chiaro: occuparsi di un bambino inappetente non è solo una questione alimentare. È un carico emotivo che erode la serenità familiare e richiede sostegno, non colpevolizzazione.
Quando il rifiuto del cibo nasconde altro
Non tutti i bambini inappetenti sono uguali. Dietro lo stesso comportamento (bocca chiusa, piatto respinto) possono celarsi dinamiche profondamente diverse. Alcuni piccoli manifestano selettività sensoriale: rifiutano alimenti per consistenza, temperatura, odore. Il broccolo non è disgustoso in sé, ma la sua texture in bocca genera una sensazione insopportabile. Altri bambini attraversano fasi di opposizione attiva: dicono no al cibo perché stanno sperimentando la propria autonomia, e il pasto diventa l’arena dove affermare “Io sono qualcuno di separato da te”.
Esiste poi una forma di inappetenza più sfumata, quella passiva: il bambino non rifiuta attivamente ma sembra disinteressato, svuotato. Mangia poco, lentamente, senza piacere. In questi casi l’inappetenza può essere segnale di un disagio emotivo più ampio. Un lutto, un cambiamento familiare significativo, persino l’assenza prolungata di un genitore. Il corpo si ritira. L’appetito scompare. E il bambino inappetente, inconsapevolmente, porta alla luce ciò che la famiglia fatica a nominare.
Alcuni segnali meritano attenzione particolare: calo ponderale significativo, vomito frequente non legato a patologie organiche, rifiuto totale di intere categorie alimentari con conseguenze nutrizionali, comportamenti alimentari che persistono oltre i 4-5 anni senza miglioramenti. In questi casi non si tratta più di una fase fisiologica ma di un potenziale disturbo alimentare precoce (ARFID – Avoidant Restrictive Food Intake Disorder), che richiede valutazione specialistica.
Cosa fare (e cosa non fare mai)

Gestire un bambino inappetente richiede prima di tutto un cambio di prospettiva. Il compito del genitore non è far mangiare il figlio a tutti i costi. Il compito del genitore è offrire cibo sano e presentarlo con serenità. Poi tocca al bambino decidere quanto mangiare. Sembra controintuitivo, eppure numerosi studi dimostrano che i bambini piccoli, se lasciati liberi di regolarsi, riescono a coprire autonomamente i propri fabbisogni calorici nel corso della giornata, anche se a ogni singolo pasto sembrano mangiare pochissimo.
Alcune strategie concrete aiutano a trasformare il momento del pasto da battaglia a esperienza condivisa:
- Mangiare insieme senza distrazioni (no TV, no cellulari). Il bambino inappetente impara per imitazione: se i genitori assaggiano con curiosità, anche lui sarà più propenso a farlo.
- Proporre lo stesso cibo più volte senza forzare. La neofobia si supera con l’esposizione ripetuta, non con le minacce.
- Coinvolgere il bambino nella preparazione: lavare verdure, mescolare, apparecchiare. Il cibo diventa familiare prima ancora di arrivare in bocca.
- Evitare alternative: se rifiuta il risotto, non cucinare pasta in bianco. Aspettare il pasto successivo. Un po’ di fame non danneggia, insegna invece che le scelte hanno conseguenze.
- Non usare mai il cibo come premio o punizione. “Se mangi le verdure hai il gelato” trasforma le verdure in qualcosa di disgustoso che va sopportato.
E soprattutto: non parlare delle difficoltà alimentari del bambino inappetente davanti a lui. I piccoli capiscono molto più di quanto immaginiamo. Sentirsi al centro dell’attenzione per il problema alimentare rinforza esattamente ciò che si vorrebbe estinguere.
Il peso invisibile di chi sta accanto
Occuparsi di un bambino inappetente erode. Ogni pasto diventa un test della propria adeguatezza genitoriale. Ogni boccone rifiutato sembra una conferma: “Non sei capace”. I partner si dividono tra chi drammatizza e chi minimizza, generando ulteriore tensione di coppia. Le nonne dispensano consigli non richiesti che amplificano i sensi di colpa. Gli altri genitori al parco raccontano di figli che mangiano di tutto, e tu ti senti inadeguato, solo, sbagliato.
Chi vive accanto a un bambino inappetente ha il diritto di sentirsi stanco senza vergogna. Di ammettere che sì, è frustrante preparare un pasto con cura e vederlo respinto. Di riconoscere l’ansia che sale quando il pediatra controlla la curva di crescita. Validare questa fatica non significa arrendersi. Significa dare dignità a un’esperienza complessa, che non si risolve con la forza di volontà ma con comprensione, sostegno, e a volte con l’aiuto di un professionista.
Ritrovare il piacere di mangiare insieme
Il bambino inappetente non è un bambino rotto da aggiustare. È un bambino che sta comunicando qualcosa nel solo modo che conosce: attraverso il corpo. Il rifiuto alimentare non è un fallimento educativo né un difetto caratteriale. È, molto spesso, una fase transitoria che si risolve se affrontata con pazienza, consapevolezza e leggerezza. Il cibo tornerà ad essere nutrimento quando smetterà di essere campo di battaglia. Quando il pasto tornerà ad essere un momento di incontro, non di scontro. Quando i genitori potranno guardare il piatto mezzo vuoto e pensare “Va bene così” invece di “Ho fallito”.
Comprendere le dinamiche emotive dietro l’inappetenza infantile, riconoscere il proprio carico di stress come genitore, e accettare che ogni bambino ha i suoi tempi: questi sono i primi passi per trasformare il momento del pasto da fonte di ansia a occasione di connessione. Il bambino inappetente sta semplicemente cercando di dirci qualcosa. Forse è il momento di ascoltare, invece di insistere che finisca il piatto.
Riferimenti bibliografici
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