La depressione narcisistica è una delle forme di sofferenza meno comprese, non perché sia rara, ma perché arriva dove non te la aspetti: nelle vite di chi ha sempre avuto tutto — visibilità, talento, ammirazione. Vittorio Sgarbi, ricoverato nel 2025 per una sindrome depressiva grave, ne ha parlato con parole che raramente si sentono da uomini della sua statura: “è come un treno fermo in una stazione sconosciuta”. Quella frase merita di essere presa sul serio, non come curiosità biografica, ma come finestra su un’esperienza psicologica specifica, dolorosa e ancora poco raccontata.
Per tutta la vita Sgarbi ha abitato un sé grandioso e rumoroso, costruito sul palcoscenico permanente della televisione, della politica, dell’arte. Poi il corpo che cede, le vicende giudiziarie, le dimissioni dal governo, la sconfitta alle europee. Il suo universo si è ristretto di colpo — e per chi ha sempre creduto di poter cavalcare il mondo, quel restringimento è devastante in un modo del tutto peculiare. Non è la stessa depressione che vive chiunque altro.
Tre modi di essere dentro la depressione
La depressione non è un’esperienza uniforme e non si riduce a un’unica configurazione di sintomi o vissuti soggettivi. Chi ne parla come se fosse un’unica condizione descrive qualcosa di molto meno ricco di quanto davvero accade.
Dal punto di vista fenomenologico e psicodinamico possiamo distinguere diverse modalità principali con cui il dolore depressivo si organizza, che spesso coesistono nella stessa persona.
Una prima forma è la depressione come disperazione, in cui il futuro perde consistenza e l’orizzonte delle possibilità sembra chiudersi; il tempo interiore si immobilizza, il corpo si fa pesante, le energie si ritirano.
Una seconda forma è la depressione come autosvalutazione, dominata da autocritica e ruminazione: un tribunale interno che non assolve mai, focalizzato su errori, fallimenti e difetti personali.
Una terza forma, tipica delle configurazioni depressive con forte vulnerabilità narcisistica, è la depressione come ferita del sé: Non è la perdita di qualcosa di esterno — un lavoro, una relazione, una persona cara. È il crollo di un’immagine di sé costruita nel tempo come unica difesa contro la fragilità. Quando quella struttura cede, non rimane nulla su cui appoggiarsi (Fjermestad-Noll et al., 2020).
| Marcello Veneziani, amico di lunga data di Sgarbi, ha usato parole precise: “Malattia figlia del suo narcisismo ferito. Ha la percezione che molte delle sue libertà impulsive non potranno più essere praticate. Il suo universo si sta restringendo: drammatico per chi è stato convinto di poter cavalcare il mondo.” La diagnosi informale di Veneziani è, clinicamente, abbastanza accurata. |
Quando l’identità dipende dallo specchio
Chi sviluppa una struttura di personalità prevalentemente narcisistica ha costruito il proprio senso di sé in modo non autonomo, ma relazionale: ha bisogno di uno specchio — di uno sguardo esterno che confermi, ammiri, riconosca. È una modalità di essere al mondo che si forma precocemente, spesso in risposta a ambienti in cui l’amore era condizionale, disponibile solo in cambio di performance o eccellenza.
Finché lo specchio funziona — e per Sgarbi ha funzionato per settant’anni, con un’efficienza rara — la struttura regge. La grandiosità non è arroganza gratuita: è un sistema di sopravvivenza psichica. Il problema arriva quando gli specchi si incrinano tutti insieme: il corpo che non obbedisce più, le accuse giudiziarie che scalfiscono l’immagine pubblica, la sconfitta elettorale, il ritiro forzato dalla scena. La depressione narcisistica emerge esattamente in quel momento: quando il mondo non rispecchia più, e la persona si ritrova a guardare uno specchio muto.
Dal punto di vista soggettivo, la persona con depressione narcisistica vive qualcosa di profondamente destabilizzante: non solo soffre, ma soffre senza capire bene perché. Non manca qualcosa di specifico. È che tutto ciò che dava senso all’esistenza — l’essere visti, riconosciuti, in movimento — ha smesso di funzionare. Come ha detto Sgarbi stesso: “È come se vedessi un altro me”. Il sé di prima era reale. Questo non sa ancora chi è.
L’età e il limite: il tempo che non si può ignorare
La depressione narcisistica che arriva nella seconda metà della vita ha una qualità particolare, più feroce. Non è solo la crisi di un momento: è lo scontro con qualcosa di strutturale, irreversibile — il tempo che passa, il corpo che invecchia, i possibili che si chiudono. Per chi ha costruito la propria identità sulla capacità di fare, apparire, dominare la scena, questo scontro è devastante.
Il corpo, in questo vissuto, smette di essere trasparente — quella condizione felice in cui non ci si pensa perché non ci limita — e diventa ingombrante, opaco, pieno di bisogni e segnali. “Prima il mio corpo non lo vedevo neanche. Adesso devo vedere se riesco a dormire bene, se riesco ad andare in bagno”, ha raccontato Sgarbi. Per uno storico dell’arte che ha vissuto di sguardi e di bellezza, il corpo che si impone così è quasi un oltraggio. Ma è anche, paradossalmente, la prima occasione autentica di incontro con sé stesso.
La ricerca clinica ha documentato questa vulnerabilità con chiarezza: la depressione narcisistica tende a manifestarsi con maggiore intensità quando fallimenti reali — professionali, fisici, relazionali — rendono impossibile mantenere la grandiosità (Fjermestad-Noll et al., 2020). Non si tratta di fragilità individuale: è la struttura stessa della personalità narcisistica che, privata dei propri sostegni abituali, crolla verso il basso con una forza proporzionale all’altezza da cui cadeva.
Il trattamento: l’incontro prima della tecnica
Lavorare terapeuticamente con la depressione narcisistica è complesso, per ragioni che vanno oltre la sintomatologia. La stessa struttura narcisistica che ha prodotto la sofferenza tende a resistere all’aiuto: chiedere supporto implica ammettere una vulnerabilità che l’identità grandiosa non riesce a tollerare. Le persone con depressione narcisistica spesso arrivano in terapia non perché abbiano riconosciuto il problema, ma perché la sofferenza è diventata troppo grande per essere ignorata.
Il rischio terapeutico più frequente è trattare i sintomi depressivi senza riconoscere la struttura di personalità sottostante. Le tradizionali terapie antidepressive — farmacologiche o psicologiche — hanno un’efficacia limitata se non si lavora contemporaneamente sulla fragile organizzazione del senso di sé. Come evidenziato dalla revisione di Fjermestad-Noll e colleghi (2020), il percorso più efficace mira alla patologia narcisistica sottostante, ottenendo così la remissione dei sintomi depressivi in modo organico, non per soppressione. Il percorso terapeutico non è quello che corregge o insegna, ma quello che accompagna: uno spazio in cui la persona può sperimentare, forse per la prima volta, che la fragilità non distrugge.
L’ironia, naturalmente, è che spesso chi soffre di depressione narcisistica è anche quello con la maggiore capacità di trasformarsi. Sensibilità, intelligenza, consapevolezza del proprio vissuto — caratteristiche che in passato alimentavano la grandiosità — diventano risorse autentiche nel lavoro su sé stessi, quando c’è uno spazio sicuro in cui portarle.
La fatica di amare uno specchio infranto

Chi vive accanto a una persona con depressione narcisistica conosce bene quella sensazione di smarrimento: non è solo la fatica di assistere a una sofferenza intensa. È la disorientante scoperta che la persona amata — genitore, partner, amico — sembra improvvisamente irriconoscibile. Non urla più. Non riempie più la stanza. È ferma.
Familiari e partner oscillano tra il desiderio di fare qualcosa e la sensazione di non sapere cosa fare, tra la tenerezza per la fragilità emersa e la stanchezza accumulata in anni di relazione asimmetrica. È una posizione difficile, e ha diritto di essere riconosciuta come tale. La sorella di Sgarbi, Elisabetta, il suo essere rimasta vicina in silenzio durante il ricovero, racconta qualcosa di vero su cosa significa amare qualcuno che crolla: non si può riparare lo specchio al posto suo. Si può solo restare lì, mentre impara a farne a meno.
La depressione narcisistica non è il fallimento di una persona. È il momento — doloroso, destabilizzante, spesso umiliante — in cui una struttura di sopravvivenza costruita per decenni si incrina abbastanza da lasciare passare qualcosa di vero. Quello smarrimento che Sgarbi ha descritto con l’immagine del treno fermo non è una fine: è, per chi riesce ad attraversarlo, il primo contatto autentico con sé stesso. Non c’è garanzia di uscirne trasformati. Ma c’è la possibilità, concreta e faticosa, di imparare a stare al mondo in modo più onesto, più quieto, più reale.
Riferimenti bibliografici
Fjermestad-Noll, J., Ronningstam, E., Bach, B., Rosenbaum, B., & Simonsen, E. (2020). Psychotherapeutic Treatment of Depressive Symptoms in Patients with Narcissistic Disturbances: A Review. Journal of Contemporary Psychotherapy, 50, 21–28. Approfondisci su State of Mind
Ronningstam, E. (2020). Internal processing in patients with pathological narcissism or narcissistic personality disorder: Implications for alliance building and therapeutic strategies. Journal of Personality Disorders, 34(Suppl.), 80–103.
Erkoreka, L., & Navarro, B. (2017). Vulnerable narcissism is associated with severity of depressive symptoms in dysthymic patients. Psychiatry Research, 257, 265–269.
Dimaggio, G., & Attina, G. (2012). Metacognitive interpersonal therapy for narcissistic personality disorder and associated perfectionism. Journal of Clinical Psychology, 68(8), 922–934.
Sgarbi, V. (2025, 9 marzo). Intervista ad Antonio Gnoli. Robinson, inserto de La Repubblica. Sky TG24 — reportage sul ricovero e la malattia
Veneziani, M. (2025, 24 marzo). Intervista al Corriere della Sera sulla malattia di Sgarbi. Sky TG24 — le parole di Veneziani



