Marco ha sedici anni, una media del sette e mezzo, gioca a calcetto il mercoledì. I genitori lo vedono tranquillo, forse un po’ ritirato ma “è l’adolescenza”. Non sanno che da tre mesi pensa che sarebbe meglio non esserci. Nessuna diagnosi, nessun trauma evidente. Solo una sensazione crescente di non appartenere davvero a niente e a nessuno. Il rischio suicidario in adolescenza ha questo volto: ordinario, invisibile, mascherato da normalità. Uno studio del CNR su oltre 4.000 adolescenti italiani ha fotografato una realtà che molti genitori faticano a immaginare: quasi la metà dei ragazzi tra i 14 e i 18 anni ha pensato almeno una volta al suicidio. E la causa principale non sono i disturbi mentali.
Il dato che ribalta le certezze
Il gruppo di ricerca MUSA del Consiglio Nazionale delle Ricerche ha condotto tra il 2021 e il 2022 un’indagine su 4.288 adolescenti delle scuole superiori. Il risultato pubblicato su Scientific Reports di Nature ha fatto tremare i ricercatori: il 44,9% ha sperimentato almeno una volta pensieri suicidi. Quasi uno su due. Il rischio suicidario non è più un’eccezione clinica, è una condizione diffusa che attraversa aule, famiglie, contesti apparentemente sereni. Ma la scoperta più sconvolgente riguarda l’origine di questi pensieri: non nascono primariamente da disturbi mentali diagnosticati, ma dal deterioramento delle relazioni umane.
Antonio Tintori, coordinatore dello studio, spiega che il malessere psicologico esiste ed è reale (ansia, depressione, bassa autostima), ma è determinato, non determina. Viene dopo, non prima. Prima c’è il vuoto relazionale: amicizie superficiali, rapporti tesi coi genitori, isolamento mascherato da iperconnessione digitale. Il rischio suicidario cresce quando un adolescente smette di sentirsi visto, ascoltato, connesso. Quando la scuola diventa un luogo di solitudine anziché di appartenenza.
Chi è più a rischio (e perché)
Lo studio del CNR ha identificato profili precisi. Il rischio suicidario colpisce maggiormente le ragazze (sei su dieci contro quattro ragazzi su dieci), chi vive nel Nord Italia dove le relazioni tendono a essere più rarefatte, gli adolescenti con background migratorio che affrontano sfide di integrazione, chi frequenta istituti tecnici, i non credenti che non hanno reti comunitarie di sostegno. Ma attenzione: questi sono fattori socio-demografici, non spiegazioni definitive. Il vero nucleo del rischio suicidario sta altrove.
I segnali che i genitori non vedono: problemi di rendimento scolastico non per mancanza di intelligenza ma per disconnessione emotiva, insoddisfazione corporea alimentata dai social, coinvolgimento come vittima in episodi di bullismo o cyberbullismo, una rete amicale ristretta e insoddisfacente, relazioni percepite come superficiali sia coi coetanei che con gli adulti di riferimento.
Per le ragazze, il rischio suicidario ha radici specifiche: norme sociali di genere che impongono standard estetici irraggiungibili, pressione sulla soddisfazione corporea, intensità maggiore delle emozioni primarie negative. Per i ragazzi liceali con genitori di elevato status culturale, paradossalmente, il rischio suicidario può aumentare: famiglie meno presenti emotivamente, relazioni delegate a professionisti, aspettative alte sul rendimento ma scarsa qualità del tempo condiviso.
Quello che i genitori devono sapere

Chi vive accanto a un adolescente conosce quella sensazione di impotenza: non sai più come parlargli, ogni tentativo di dialogo si schianta contro monosillabi. Il rischio suicidario cresce nel silenzio, ma riconoscerlo è complesso perché i segnali sono spesso ambigui. Un ritiro progressivo può sembrare pigrizia. L’irritabilità può essere liquidata come “fase”. Il calo dei voti può essere attribuito a distrazione. Ma quando questi elementi si sommano, quando un adolescente cambia radicalmente il modo di stare nelle relazioni, serve prestare attenzione.
I dati di Telefono Amico Italia confermano l’urgenza: oltre 6.700 richieste di aiuto legate al suicidio nel 2024, più di 3.000 nei primi sei mesi del 2025. Numeri che raccontano un’emergenza silenziosa. La maggior parte dei contatti arriva via WhatsApp, il canale preferito dagli adolescenti che cercano aiuto nell’anonimato. Il rischio suicidario non aspetta l’appuntamento dallo psichiatra: si manifesta nella chat alle tre di notte, nel messaggio che nessuno ha letto, nella domanda che nessuno ha fatto.
I campanelli d’allarme che non mentono
Valutare il rischio suicidario non significa cercare una crisi drammatica. Significa notare quando un adolescente smette di progettare il futuro. Quando le frasi sulla morte diventano frequenti, anche dette “per scherzo”. Quando regala oggetti a cui tiene senza motivo apparente. Quando l’isolamento diventa sistematico e la camera da letto si trasforma in bunker. Il rischio suicidario si annida nei dettagli: il ragazzo che non esce più nel weekend, la ragazza che ha smesso di curarsi dell’aspetto fisico dopo anni di attenzione ossessiva, l’adolescente che non litiga più perché ha smesso di investire emotivamente nelle relazioni.
L’autolesionismo è un fattore di rischio suicidario importante ma non va confuso con il suicidio stesso. Chi si procura tagli, ustioni, ferite non sempre desidera morire: spesso cerca sollievo da una pressione emotiva insostenibile. Tuttavia, come evidenzia la letteratura clinica, l’esposizione ripetuta al dolore fisico può desensibilizzare e aumentare la capacità di compiere gesti più gravi. Il rischio suicidario cresce quando l’autolesionismo diventa cronico, grave, prolungato.
Cosa fare quando il rischio diventa concreto
La tentazione è minimizzare: “Sono cose che dicono tutti gli adolescenti”. Ma il rischio suicidario non si previene ignorandolo. Si previene parlando. Fare domande dirette non aumenta il pericolo, al contrario: dà permesso di esprimere ciò che si porta dentro. “Stai pensando di farti del male?” non è una domanda che pianta semi, è una domanda che raccoglie ciò che è già germogliato nel silenzio. Chi sta male ha bisogno di qualcuno che non abbia paura di ascoltare la risposta.
Se un adolescente manifesta pensieri suicidi, il primo passo è prenderlo sul serio. Sempre. Anche quando sembra un’esagerazione, anche quando i voti sono buoni, anche quando ha amici. Il rischio suicidario non rispetta le apparenze. Il secondo passo è cercare aiuto professionale: neuropsichiatria infantile, servizi territoriali, consultori. Nell’urgenza, Telefono Amico Italia risponde al 02 2327 2327 tutti i giorni dalle 9 alle 24, o via WhatsApp al 324 011 7252. L’anonimato abbassa la soglia della vergogna.
Chi sta accanto a un adolescente a rischio suicidario deve ricordare tre cose: non sei tu la causa della sua sofferenza, non puoi essere tu la soluzione, ma puoi essere il ponte verso chi può aiutarlo. Accompagnare senza sostituirsi ai professionisti. Restare presenti senza invadere. Validare la sofferenza senza alimentare il senso di colpa.
Il ruolo delle relazioni nella prevenzione
Lo studio del CNR indica una direzione precisa per la prevenzione del rischio suicidario: investire sulle relazioni, non solo sulla cura dei sintomi. Le scuole possono diventare spazi dove la qualità delle interazioni conta più del rendimento. Le famiglie possono riscoprire il valore del tempo condiviso non produttivo: cene senza telefoni, conversazioni senza obiettivi, presenza fisica che non pretende performance. Il rischio suicidario diminuisce quando un adolescente si sente parte di una rete che lo vede per quello che è, non per quello che dovrebbe essere.
Tintori sottolinea l’urgenza di interventi educativi già dalle scuole primarie: educazione emotiva, gestione dell’iperconnessione, decostruzione di stereotipi di genere, prevenzione del bullismo e cyberbullismo. Il rischio suicidario si previene investendo sul benessere relazionale prima che emerga il malessere psicologico.
Il rischio suicidario in adolescenza non è una patologia individuale: è il sintomo di un sistema relazionale che si è rotto. Curare il singolo senza riparare le connessioni è come tamponare una falla senza aggiustare lo scafo. La sofferenza di Marco, il ragazzo dell’inizio, non è nata in un vuoto. È cresciuta nel silenzio di una famiglia che non sapeva come ascoltare, in una scuola che misurava solo i voti, in un gruppo di amici che non si è accorto di niente. Riconoscere il rischio suicidario significa guardare non solo l’adolescente, ma l’invisibile rete di relazioni in cui è immerso. E chiedersi: stiamo costruendo ponti o abissi?
Riferimenti bibliografici
Tintori, A., Pompili, M., Ciancimino, G., Corsetti, G., & Cerbara, L. (2023). The developmental process of suicidal ideation among adolescents: social and psychological impact from a nation-wide survey. Scientific Reports, 13, 20984. https://doi.org/10.1038/s41598-023-48201-6
Telefono Amico Italia. (2024). Dati annuali richieste di aiuto per rischio suicidario. Presentazione Senato della Repubblica, Giornata Mondiale per la Prevenzione del Suicidio 2024-2025.
Istat. (2023). Indagine sulle cause di morte: Dati sui suicidi in Italia 2020-2022.



