Durante una cena formale, Michele presenta la nuova compagna al capo dicendo: “Ti presento Laura, la mia ex”. Silenzio imbarazzato. Lei non è la sua ex. È la relazione attuale. Eppure quella parola è uscita. I lapsus freudiani funzionano così: bypassano il filtro cosciente e fanno emergere ciò che la mente sta sopprimendo. Nel caso di Michele, forse un dubbio sulla relazione, una comparazione inconscia, un pensiero che non si era permesso di formulare. Freud li chiamava Fehlleistungen, atti mancati: non errori casuali ma rivelazioni. Nel 1901 analizzò i propri lapsus in “Psicopatologia della vita quotidiana”. Da allora la scienza ha indagato se avesse ragione. Risposta breve: sì e no. Dipende dal tipo di lapsus e da cosa stai cercando di non pensare in quel preciso momento.
Quando Freud dimenticò il nome di Signorelli
Estate 1898, Freud è in viaggio in treno attraverso l’Herzegovina. Cerca di ricordare il nome dell’autore degli affreschi di Orvieto: Signorelli. Il nome non arriva. Al suo posto emergono Botticelli, Boltraffio. Nomi sbagliati ma foneticamente simili. Invece di liquidare l’episodio come semplice dimenticanza, Freud applica il metodo delle associazioni libere. Scopre collegamenti inconsci con la morte (aveva appena saputo del suicidio di un paziente), il sesso, l’ansia nascosta. Pubblica l’analisi nel 1901 in “Psicopatologia della vita quotidiana”, un libro che cambierà il modo in cui guardiamo agli errori quotidiani.
La tesi di Freud è radicale: nessun errore è innocente. Dimenticare un nome, dire una parola per un’altra, perdere le chiavi, compiere azioni sbagliate: tutto rivela desideri o pensieri repressi che emergono quando la mente cosciente abbassa la guardia. I lapsus freudiani sono la prova che l’inconscio continua a lavorare anche durante il giorno, proprio come nei sogni.
Lapsus, la scienza mette alla prova Freud
Per decenni la teoria dei lapsus freudiani è rimasta nel dominio della psicoanalisi, raccolta di aneddoti affascinanti ma difficili da verificare. Poi negli anni ’70 Michael Motley e Bernard Baars hanno fatto qualcosa di rivoluzionario: hanno iniziato a indurre lapsus in laboratorio. Hanno sviluppato la tecnica SLIP (Spoonerisms Laboratory Induced Predisposition): presentavano ai soggetti coppie di parole che predisponevano a scambi fonetici specifici. Ad esempio, dopo aver mostrato ripetutamente coppie come “bad goof”, “big deal”, chiedevano di leggere velocemente “good dob”. Il cervello, predisposto al pattern, produceva “dood gob”.
Ma ecco la parte interessante: Motley ha aggiunto un bias emotivo. Alcuni soggetti venivano esposti a immagini sessualmente esplicite prima del test. Altri ricevevano minacce di shock elettrico. Risultato: chi aveva visto immagini sessuali faceva più lapsus freudiani a contenuto sessuale. Chi temeva lo shock produceva più errori legati all’elettricità. L’inconscio influenza davvero la produzione verbale.
Uno studio del 2023 utilizzando la stessa tecnica SLIP ha trovato che individui con personalità altamente difensive producono il doppio di lapsus rispetto a persone meno difensive, specialmente su temi tabù. Le neuroscienze hanno identificato il sistema di editing prearticulatorio nel giro frontale inferiore destro del cervello: quando questo sistema fallisce, escono parole non intese.
Ma Freud aveva completamente ragione?

Non del tutto. La psicologia cognitiva ha dimostrato che molti lapsus non rivelano contenuti inconsci ma sono semplicemente errori di produzione del linguaggio. Il cervello pianifica ogni singola parola che pronunciamo attraverso un processo complesso che va dalla concettualizzazione all’articolazione. A volte, per stanchezza o distrazione, il sistema semplicemente sbaglia. Una parola foneticamente simile o un’alternativa linguistica vicina si attiva per errore. È un glitch tecnico, non una rivelazione psicologica.
Daniel Wegner ha proposto la teoria del processo ironico: più cerchi di non pensare a qualcosa, più quella cosa diventa accessibile mentalmente. Se sei preoccupato di dire qualcosa di inappropriato in una riunione, il tuo cervello si concentra proprio su quella parola per monitorarla ed evitarla. Paradossalmente, questo rende più probabile che scappi. Non è un desiderio represso che emerge: è l’ansia di soppressione che sabota il controllo.
Le ricerche moderne suggeriscono che la verità sta nel mezzo. Alcuni lapsus freudiani rivelano davvero pensieri soppressi, specialmente quando c’è un carico emotivo o motivazionale. Altri sono semplici errori cognitivi. Il contesto conta: se chiami il nuovo partner col nome dell’ex mentre state litigando su qualcosa che ti ricorda la relazione precedente, probabilmente c’è un contenuto inconscio. Se lo fai quando sei stanco dopo una giornata di lavoro, potrebbe essere solo un’interferenza di memoria.
I lapsus che tutti riconosciamo
Alcuni lapsus freudiani sono universali. Quale bambino delle elementari non ha mai chiamato per sbaglio la maestra “mamma”? L’imbarazzo è immediato, ma la spiegazione è semplice: le due figure femminili autorevoli che si prendono cura di te si sovrappongono nella mente. Non rivela necessariamente un conflitto edipico, ma un’associazione naturale tra ruoli simili.
Dire “ti amo” al capo invece di “ti chiamo”. Scrivere “odio vederti” invece di “non vedo l’ora di vederti”. Dimenticare sistematicamente il nome di una persona che ti mette a disagio. Perdere oggetti regalati da qualcuno con cui hai un conflitto irrisolto. Questi errori hanno un pattern: accadono più spesso quando c’è tensione emotiva, quando stiamo sopprimendo qualcosa, quando c’è un conflitto tra ciò che vogliamo dire e ciò che dobbiamo dire.
Quando ti scappa un lapsus
I lapsus freudiani possono essere imbarazzanti, ma sono anche opportunità. Se ti ritrovi a fare sistematicamente lo stesso tipo di errore, forse vale la pena chiedersi perché. Non serve un’analisi freudiana completa, ma un momento di onestà con se stessi. Quel nome che dimentichi sempre appartiene davvero a qualcuno che non ti interessa, o c’è qualcosa che ti disturba? Quella parola che ti scappa rivela un pensiero che non ti sei permesso di formulare consciamente?
D’altra parte, non tutti i lapsus meritano un’interpretazione profonda. A volte sei solo stanco. A volte il cervello fa quello che fanno tutti i sistemi complessi: sbaglia. L’importante è riconoscere la differenza tra un errore casuale e un pattern ripetuto che potrebbe indicare qualcosa di più profondo.
Centovent’anni dopo
Freud aveva ragione sul fatto che alcuni errori quotidiani rivelano contenuti inconsci. Aveva torto nel pensare che tutti gli errori fossero significativi. Le neuroscienze moderne ci dicono che il cervello ha effettivamente sistemi di monitoraggio ed editing del linguaggio, e che questi sistemi possono fallire sia per motivi emotivi che per motivi puramente cognitivi. I lapsus freudiani esistono, ma condividono lo spazio mentale con i lapsus cognitivi, i lapsus da stanchezza, i lapsus da distrazione.
La domanda giusta non è “questo lapsus rivela il mio inconscio?” ma piuttosto “c’è un pattern? C’era carico emotivo in quel momento? Sto attivamente sopprimendo qualcosa?”. Se la risposta è sì, forse vale la pena ascoltare cosa il tuo inconscio sta cercando di dirti. Se la risposta è no, probabilmente era solo il tuo cervello stanco che ha preso la parola sbagliata dallo scaffale mentale.
I lapsus freudiani ci ricordano che la mente è stratificata, che non tutto ciò che pensiamo arriva alla coscienza, e che a volte le parole che ci scappano sanno cose che noi non sappiamo ancora di sapere. Ma ci ricordano anche che siamo umani, fallibili, e che non ogni errore merita un’interpretazione psicoanalitica. A volte un lapsus è solo un lapsus. E a volte è una finestra sull’inconscio. Sta a noi decidere quando vale la pena guardare attraverso quella finestra.
Riferimenti bibliografici
Freud, S. (1901). Psicopatologia della vita quotidiana. Torino: Bollati Boringhieri, 1971.
Motley, M. T., & Baars, B. J. (1979). Effects of cognitive set upon laboratory induced verbal (Freudian) slips. Journal of Speech and Hearing Research, 22(3), 421-432.
Wegner, D. M. (1994). Ironic processes of mental control. Psychological Review, 101(1), 34-52.
Postma, A. (2000). Detection of errors during speech production: A review of speech monitoring models. Cognition, 77(2), 97-132.



