La realtà si frattura: riconoscere l’esordio psicotico

Cinque anni prima dell’esordio psicotico, qualcosa cambia. Un ragazzo inizia a ritirarsi, notti insonni, pensieri strani. Ma nessuno lo chiama per nome.

Marco ha 17 anni quando inizia a sentire voci che lo insultano. Ma il suo esordio psicotico è iniziato molto prima: a 14 anni ha smesso di vedere gli amici, a 15 non riusciva più a concentrarsi a scuola, a 16 passava le notti insonne convinto che i compagni complottassero contro di lui. Sua madre pensava fosse “la crisi adolescenziale”. Suo padre che servisse “più disciplina”. Gli insegnanti che fosse “svogliato”. Nessuno ha visto i segnali prodromici della psicosi che si stava strutturando. Quando Marco è arrivato al primo ricovero, erano passati tre anni dai primi sintomi. Tre anni in cui il disturbo si consolidava, mentre lui perdeva pezzi di sé.

L’esordio psicotico non è un fulmine a ciel sereno. È il punto in cui diventa impossibile ignorare che il rapporto di una persona con la realtà si è alterato in modo grave. La psicosi segna una frattura: la capacità di distinguere tra ciò che accade nella propria mente e ciò che accade nel mondo esterno si incrina, e con essa crolla la possibilità di abitare la vita come prima. Chi vive un esordio psicotico sperimenta allucinazioni, deliri, disorganizzazione del pensiero che rendono il mondo incomprensibile e minaccioso.

I segnali che precedono l’esordio psicotico

La ricerca degli ultimi vent’anni ha dimostrato che l’esordio psicotico conclamato è quasi sempre preceduto da una fase prodromica che può durare anni. Secondo uno studio italiano 2024 dell’Università di Bologna condotto su adolescenti nel programma “Parma Early Psychosis”, oltre il 70% delle persone con primo episodio psicotico presentava già sintomi sottosoglia da 2 a 5 anni prima della diagnosi. Questi segnali prodromici sono spesso aspecifici e facilmente scambiabili per normali difficoltà adolescenziali: ritiro sociale progressivo, calo del rendimento scolastico, disturbi del sonno, irritabilità, pensieri insoliti o bizzarri.

Dal punto di vista del vissuto soggettivo, la persona in fase prodromica non vive “sintomi”. Vive un senso di estraneità crescente: il mondo sembra lontano, le relazioni faticose, i pensieri confusi. Non si riconosce più. Gli altri notano il cambiamento ma faticano a dargli un nome. È proprio in questo spazio di incomprensione che si annida il rischio maggiore: il tempo passa, il disturbo si struttura, e quando l’esordio psicotico diventa evidente, la finestra per un intervento precoce efficace si è già ristretta.

La Duration of Untreated Psychosis (DUP), il tempo che intercorre tra i primi sintomi psicotici e l’inizio del trattamento, è un predittore cruciale della prognosi. In Italia, la DUP media è di circa 5 anni. Ridurla a meno di 2 anni migliora significativamente il funzionamento sociale, riduce le ricadute e aumenta le possibilità di recovery.

Quando l’adolescenza diventa qualcos’altro

L’esordio psicotico colpisce prevalentemente tra i 14 e i 35 anni, con un picco nell’adolescenza e nella prima età adulta. Questo non è casuale: è il periodo in cui il cervello completa la maturazione delle aree prefrontali, quando l’identità si consolida e la persona si affaccia all’autonomia. La psicosi irrompe proprio in questa fase critica dello sviluppo, interferendo con la formazione del senso di sé e con la capacità di costruire relazioni stabili.

Chi sta accanto a un adolescente che sta scivolando verso l’esordio psicotico vive una confusione paralizzante. I genitori si trovano di fronte a comportamenti che sembrano sfidanti, pigrizia, rifiuto, ma che in realtà nascondono una sofferenza che il ragazzo stesso non sa nominare. I fratelli percepiscono che qualcosa non va, ma non hanno strumenti per capire cosa. Gli insegnanti vedono un calo inspiegabile, ma raramente pensano a un disturbo mentale grave in formazione. Questa invisibilità dei sintomi prodromici è il primo ostacolo all’intervento precoce.

Gli stati mentali a rischio

La ricerca internazionale ha definito gli stati mentali a rischio come condizioni caratterizzate da sintomi psicotici attenuati o di breve durata che non raggiungono ancora la soglia per una diagnosi di psicosi conclamata, ma indicano una vulnerabilità elevata. Tra questi rientrano:

  • Sintomi psicotici attenuati: percezioni insolite, idee di riferimento, sospettosità marcata ma non delirante
  • Episodi psicotici brevi e autolimitanti (BLIPS): sintomi franchi che durano meno di una settimana e si risolvono spontaneamente
  • Rischio genetico con deterioramento funzionale: presenza di un familiare di primo grado con psicosi associata a un calo significativo del funzionamento

Identificare questi stati mentali a rischio non significa etichettare o stigmatizzare. Significa riconoscere una sofferenza reale e offrire un intervento che può evitare o ritardare la transizione all’esordio psicotico conclamato. Gli studi mostrano che circa il 20-30% delle persone con stati mentali a rischio svilupperà una psicosi franca nel giro di due anni. Ma anche chi non transita vive comunque un disagio significativo che merita attenzione.

L’intervento precoce cambia la traiettoria

I programmi di intervento precoce nelle psicosi si sono diffusi in Italia negli ultimi vent’anni, con esperienze pionieristiche come il Programma 2000 di Milano e il progetto di Parma. Questi servizi dedicati offrono un trattamento integrato nei primi 2-5 anni dall’esordio psicotico: farmacoterapia a basso dosaggio, psicoterapia, interventi psicoeducativi per le famiglie, supporto al reinserimento sociale e lavorativo.

L’efficacia di questi programmi è ormai documentata: riduzione delle ricadute, miglior aderenza al trattamento, minor numero di ricoveri, migliore qualità della vita. Ma soprattutto, preservano qualcosa di essenziale: la possibilità per la persona di continuare a progettare il proprio futuro, di mantenere legami significativi, di non identificarsi completamente con la malattia. La recovery non è tornare come prima. È trovare un nuovo equilibrio che permetta di abitare la propria vita con dignità.

Chi vive accanto a una persona con esordio psicotico conosce bene l’oscillazione tra speranza e sfinimento. Vedere il proprio figlio, fratello, partner perdersi in un mondo inaccessibile genera un senso di impotenza devastante. I familiari si trovano a dover imparare una nuova lingua: quella dei sintomi, dei farmaci, delle crisi. Ma hanno anche bisogno di spazi in cui la loro fatica venga riconosciuta senza sensi di colpa, in cui possano esprimere rabbia, paura, esaurimento senza sentirsi giudicati.

Riconoscere per non perdere tempo

L’esordio psicotico non è una condanna. Ma il tempo è un fattore critico. Ogni anno di psicosi non trattata rende più difficile il recupero, cristallizza i sintomi negativi, aumenta il rischio di cronicizzazione. Ecco perché imparare a riconoscere i segnali precoci diventa una forma di cura preventiva. Insegnanti, medici di base, pediatri, educatori dovrebbero essere formati a cogliere quei cambiamenti sottili che precedono l’esordio psicotico: il ritiro sociale che non è timidezza, la disorganizzazione che non è svogliatezza, le idee strane che non sono fantasie adolescenziali.

Marco, tornando alla sua storia, oggi ha 22 anni. Dopo il ricovero ha iniziato un percorso nel servizio di intervento precoce. Ha impiegato due anni a trovare una terapia che funzionasse, a ricostruire una routine, a tornare a fidarsi di qualcuno. Non è “guarito” nel senso che molti si aspettano. Ma ha ripreso a studiare, ha qualche amico, ha progetti. Dice che se qualcuno avesse capito prima, forse avrebbe perso meno tempo. Forse si sarebbe risparmiato quella sensazione di essere già finito a 17 anni.

L’esordio psicotico segna una frattura, è vero. Ma non è la fine della storia. È un punto di svolta che può portare verso la cronicizzazione o verso la recovery, a seconda di quanto rapidamente si interviene e di quanto il contesto è capace di sostenere la persona senza abbandonarla. Riconoscere i segnali, chiamarli per nome, agire prima che sia troppo tardi: questo fa la differenza tra una vita sospesa e una vita possibile.

Riferimenti bibliografici

Pelizza, L., Leuci, E., Quattrone, E., Azzali, S., Pupo, S., Paulillo, G., Pellegrini, P., & Menchetti, M. (2024). Rates and predictors of service disengagement in first episode psychosis: Results from a 2-year follow-up study in an Italian real-world care setting. Schizophrenia Research, 274, 142-149.

Cocchi, A., & Meneghelli, A. (2012). Rischio ed Esordio Psicotico: una sfida che continua. Manuale d’Intervento Precoce. Milano: Ed-Ermes.

McGorry, P., & Singh, B. (1995). Schizophrenia: risk and possibility. In B. Raphael & G. Burrows (Eds.), Handbook of preventive psychiatry (pp. 491-514). Amsterdam: Elsevier.

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