Il metodo ABA è al centro di un dibattito che divide famiglie, clinici e comunità autistiche. Da un lato, decenni di ricerca che documentano miglioramenti in comunicazione e autonomia. Dall’altro, testimonianze di adulti autistici che denunciano trauma, ansia e perdita d’identità. Le nuove linee guida ISS 2023 lo raccomandano con cautela, mentre studi recenti sollevano dubbi sull’intensità degli interventi e sul rispetto dell’individualità. Tra efficacia scientifica e critiche etiche, comprendere cosa sia davvero il metodo ABA—e cosa può o non può fare—è essenziale per chi cerca risposte sull’autismo.
Cos’è il metodo ABA e perché è ovunque
L’Applied Behavior Analysis (Analisi Comportamentale Applicata) nasce negli anni ’60 con Ivar Lovaas, psicologo che teorizzò la modifica dei comportamenti autistici attraverso rinforzi positivi e negativi. Il principio è semplice: ogni comportamento può essere appreso o estinto. Nel contesto dell’autismo infantile, il metodo ABA scompone abilità complesse in passaggi minimi, premiando risposte corrette e ignorando quelle “problematiche”. Quaranta ore settimanali di terapia intensiva, idealmente dai 3-4 anni, con l’obiettivo di sviluppare comunicazione, autonomia e competenze sociali.
Oggi il metodo ABA è coperto da assicurazioni sanitarie in molti paesi, raccomandato dalle linee guida ISS 2023 per bambini e adolescenti con disturbo dello spettro autistico, e applicato in migliaia di centri specializzati. In Italia, la Legge 134/2015 riconosce il diritto delle persone autistiche ad accedere a trattamenti basati su evidenze scientifiche, e il metodo ABA rientra tra questi. Sul piano teorico, l’analisi comportamentale applicata costruisce competenze adattive, riduce comportamenti autolesionistici o pericolosi, facilita l’integrazione scolastica e sociale.
I numeri dell’ABA in Italia: Secondo le stime ANGSA, oltre 10.000 bambini seguono percorsi di terapia comportamentale. Il costo medio per 20 ore settimanali di intervento varia da 800 a 1.500 euro mensili, spesso a carico delle famiglie quando il sistema sanitario pubblico non garantisce copertura.
Le evidenze scientifiche: cosa dicono davvero gli studi
Le meta-analisi recenti mostrano risultati ambivalenti. Uno studio pubblicato su BMC Psychiatry nel 2023 ha esaminato l’efficacia della terapia comportamentale su funzionamento intellettivo e comportamenti adattivi: effect size medio di 0.51 per il primo, 0.37 per i secondi. Tradotto: miglioramenti statisticamente significativi, ma moderati. Un’altra ricerca replicativa del 2024 su 98 bambini ha confermato progressi misurabili nei comportamenti target, ma con grande variabilità individuale.
Il problema emerge quando si guarda ai dati di lungo termine. Un’inchiesta investigativa pubblicata da The 74 Million nel 2024 ha analizzato i dati interni del Dipartimento della Difesa statunitense su oltre 18.000 bambini autistici trattati con il metodo ABA intensivo: il 76% non ha mostrato alcun miglioramento dopo due anni di terapia, il 9% è peggiorato. Il 47% ha raggiunto obiettivi funzionali minimi. Il rapporto conclude che le prove di efficacia sono “deboli” e che mancano studi controllati su larga scala.
Le linee guida ISS 2023 per bambini e adolescenti riconoscono questa incertezza: “Gli interventi focalizzati basati sul metodo ABA potrebbero migliorare il funzionamento globale, ma le prove sono molto incerte”. La letteratura, aggiunge l’ISS, “non indica un’intensità ottimale di ore settimanali”. Insomma: il metodo ABA può funzionare, ma non si sa quanto, per chi, e a quale dosaggio.
Le voci autistiche: trauma, mascheramento e perdita di sé

Mentre la comunità scientifica discute di effect size, un numero crescente di adulti autistici racconta un’altra storia. Testimonianze pubblicate in una ricerca qualitativa del marzo 2025 documentano esperienze di ansia cronica, depressione e disturbo post-traumatico da stress correlati a terapie ABA intensive nell’infanzia. Il movimento #ABAisAbuse, nato sui social network, riunisce migliaia di persone che descrivono il metodo come “addestramento alla conformità” più che educazione all’autonomia.
Il cuore della critica riguarda il mascheramento: molti bambini imparano a sopprimere comportamenti autistici naturali (stimming, evitamento del contatto visivo, interessi ristretti) non perché diventino più funzionali, ma perché hanno interiorizzato che essere autistici è sbagliato. Giulia, oggi trentenne, racconta: “Passavo quaranta ore alla settimana a imparare a sembrare normale. Nessuno mi ha mai chiesto se volessi farlo. A diciotto anni non sapevo chi fossi senza le maschere che mi avevano insegnato a indossare”.
Una revisione pubblicata su PMC nel 2024 evidenzia come storicamente il metodo ABA abbia radici nella “terapia di conversione” per l’omosessualità (Lovaas stesso lavorò su entrambi i fronti negli anni ’70), e come molti protocolli continuino a enfatizzare la normalizzazione comportamentale piuttosto che il benessere soggettivo della persona autistica. Il problema non è solo cosa viene insegnato, ma come: rinforzo basato sulla compliance, estinzione di comportamenti senza indagarne la funzione comunicativa, assenza di consenso informato del bambino.
Segnali di allarme: Secondo le linee guida neurodivergent-affirming pubblicate nel 2025, un intervento ABA può essere problematico se: sopprime stimming senza motivi di sicurezza, usa punizioni anche verbali, non rispetta le preferenze sensoriali del bambino, misura il successo solo su conformità sociale, esclude la famiglia dalle decisioni.
Tra evidenza e vissuto: dove sta la verità
La polarizzazione del dibattito sul metodo ABA rivela una tensione più profonda: quella tra misurazione oggettiva del comportamento e rispetto dell’esperienza soggettiva. Da un lato, genitori disperati che vedono nei protocolli intensivi l’unica possibilità di comunicazione per figli non verbali. Dall’altro, adulti autistici che chiedono: “Miglioramento per chi? Secondo quali criteri?”. Entrambe le prospettive nascono da bisogni legittimi, ma spesso si parlano addosso senza ascoltarsi.
Il Council of Autism Service Providers, nel suo documento 2025 sulle evidenze dell’intervento precoce intensivo, riconosce apertamente i limiti: “L’efficacia dell’ABA dipende dalla qualità dell’implementazione, dalla formazione del terapista, dall’adattamento al profilo individuale, e soprattutto dal coinvolgimento della famiglia”. Tradotto: il metodo ABA in sé non è né miracoloso né dannoso. È uno strumento, e come ogni strumento può essere usato bene o male.
Le pratiche neurodivergent-affirming stanno cercando di costruire un ponte: mantenere le tecniche di insegnamento strutturato che funzionano (task analysis, rinforzo differenziale, generalizzazione), ma abbandonare l’obiettivo della normalizzazione. Insegnare a chiedere aiuto invece di imporre il contatto visivo. Offrire strumenti di comunicazione alternativa invece di forzare il linguaggio verbale. Rispettare lo stimming come autoregolazione invece di estinguerlo perché “sembra strano”.
Cosa possono fare le famiglie
Scegliere un intervento per un bambino autistico è una delle decisioni più difficili che una famiglia possa affrontare. Il metodo ABA non è l’unica opzione: esistono approcci come il modello DIR/Floortime (basato sul gioco relazionale), la terapia di integrazione sensoriale, la comunicazione aumentativa alternativa (CAA), il modello TEACCH (educazione strutturata). Nessuno di questi è privo di limiti, ma offrono filosofie diverse sull’autismo e sull’intervento.
Se si opta per la terapia comportamentale, alcune domande fondamentali da porre al centro o al professionista: gli obiettivi sono scelti insieme alla famiglia e, quando possibile, al bambino? Si rispettano le preferenze sensoriali e gli interessi? Il programma include tempi di pausa e attività piacevoli? Si lavora sulla comunicazione funzionale o solo sulla compliance? Il terapista è formato sulle pratiche affirming? Esiste supervisione clinica indipendente?
Le raccomandazioni ISS 2023 sottolineano la necessità di “personalizzare la cornice terapeutica” e di “formazione continua sulle metodologie d’intervento”. Il metodo ABA, quando applicato con flessibilità, supervisione etica e attenzione al benessere psicologico, può essere parte di un percorso più ampio. Ma non dovrebbe mai essere l’unico orizzonte, né tantomeno una maratona di conformità.
Chi vive accanto a un bambino autistico conosce bene il peso delle scelte quotidiane: ogni decisione terapeutica porta con sé speranze, dubbi, sensi di colpa. Il metodo ABA non è né il nemico né il salvatore. È una delle possibilità, con luci e ombre documentate. La domanda giusta non è “funziona?”, ma “funziona per mio figlio, in questo momento, con questi obiettivi, a questo prezzo emotivo?”. E soprattutto: stiamo costruendo competenze o maschere? Autonomia o conformismo? Comunicazione o obbedienza?
L’autismo non è un problema da risolvere: è un modo diverso di stare al mondo, che può richiedere supporti ma merita innanzitutto rispetto. Il metodo ABA, come ogni intervento, dovrebbe partire da lì.
Riferimenti bibliografici
Council of Autism Service Providers (2025). Evidence about intensive early ABA treatment. Disponibile su: https://www.casproviders.org/evidence-intensive-early-aba
Istituto Superiore di Sanità (2023). Raccomandazioni per la diagnosi e il trattamento di bambini e adolescenti con disturbo dello spettro autistico. Disponibile su: https://www.iss.it/-/raccomandazioni-lg-diagnosi-trattamento-di-bambini-adolescenti-con-asd
Sandoval-Norton, A. H., & Shkedy, G. (2025). From harm to healing: Perspectives from an autistic behavior analyst on ethical ABA practice. Societies, 15(3), 72. https://www.mdpi.com/2075-4698/15/3/72
The 74 Million (2024). America’s most popular autism therapy may not work and may seriously harm patients’ mental health. Disponibile su: https://www.the74million.org/article/americas-most-popular-autism-therapy-may-not-work-and-may-seriously-harm-patients-mental-health/
Yu, Q., et al. (2023). A systematic review and meta-analysis on the effectiveness of interventions for individuals with autism spectrum disorder. BMC Psychiatry, 23, Article 14. https://link.springer.com/article/10.1186/s12888-022-04412-1
Walker, N. (2024). Affirming neurodiversity in autism interventions. PMC Articles. https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11219658/



