Il disturbo ossessivo: la mente che non smette mai di controllare

Il disturbo ossessivo colpisce il 2-3% della popolazione. Tra i primi sintomi e le cure: fino a 11 anni di attesa. Un ritardo che si può ridurre.

Il disturbo ossessivo compulsivo non è una questione di ordine o pulizia. È una delle forme di sofferenza psicologica più invalidanti che esistano: pensieri che si ripetono senza permesso, rituali che promettono sollievo e non lo danno, una mente che gira e gira attorno allo stesso punto senza trovare uscita. Colpisce tra il 2 e il 3% della popolazione mondiale, più comune di quanto si pensi, più nascosto di quanto si veda. E tra i primissimi segnali e il momento in cui si chiede aiuto possono passare anche undici anni (Dell’Osso et al., 2015; Wongbusarakum et al., 2025). Non per mancanza di volontà. Per mancanza di comprensione del disturbo ossessivo, e di se stessi dentro di esso.

Dentro il disturbo ossessivo

Dal punto di vista soggettivo, il disturbo ossessivo non si vive come un pensiero fastidioso che si riesce ad accantonare. Si vive come una certezza che non basta mai. La porta è chiusa, lo si sa: si è sentita scattare, ci si è voltati, la si è toccata. Eppure si è già a metà strada e il dubbio è lì, più nitido di prima, più urgente di prima. Non è irrazionalità. È qualcosa che precede la logica, che la aggira, che la rende inutile.

Chi convive con il disturbo ossessivo sperimenta una frattura particolare nel rapporto con la propria mente: sa che il pensiero non ha senso, sa che il rituale non risolve nulla, eppure non riesce a non eseguirlo. Questa consapevolezza non protegge affatto dal ciclo, anzi lo alimenta: più ci si rende conto dell’assurdità, più ci si sente colpevoli, più l’ansia cresce, più il rituale diventa necessario. Il cervello, nel suo tentativo di proteggere, sabota con una dedizione quasi ammirevole.

C’è anche una dimensione temporale molto particolare nel vissuto di chi soffre di disturbo ossessivo. Il tempo non scorre in modo lineare: si inceppa, si ripete, torna sempre allo stesso punto. Il passato non passa mai del tutto (l’ho chiuso il gas?), il presente è sempre in attesa di una conferma che non arriva, il futuro è immaginato soprattutto come luogo di catastrofi evitabili soltanto attraverso il rituale giusto, eseguito nel modo giusto, per il numero giusto di volte. Esistere, in questo stato, è estenuante.

E il corpo lo sa: la tensione muscolare, il respiro accelerato, la sensazione fisica di qualcosa che non va che accompagna l’ossessione prima ancora che si formi il pensiero. Il corpo che sente prima che la mente abbia parole per dirlo è uno degli aspetti più difficili da spiegare, e uno dei più riconoscibili per chi lo vive.

Come si manifesta il disturbo ossessivo: ossessioni, compulsioni e il circolo che si chiude

Il disturbo ossessivo compulsivo si struttura attorno a due elementi che si alimentano a vicenda. Le ossessioni sono pensieri, immagini o impulsi intrusivi e ricorrenti, vissuti come estranei al senso di sé, disturbanti, impossibili da controllare. Le compulsioni sono i comportamenti (o gli atti mentali) messi in atto per neutralizzare l’ansia che le ossessioni generano: controllare, lavare, contare, riordinare, ripassare mentalmente, chiedere rassicurazioni. Il sollievo che producono è reale ma temporaneo, brevissimo: l’ansia torna, spesso più intensa di prima, e il ciclo si riavvia.

Le ossessioni nel disturbo ossessivo compulsivo tendono a organizzarsi attorno ad alcuni temi ricorrenti: la contaminazione e la paura di infettare o essere infettati; il dubbio e la necessità di verificare (ho chiuso? l’ho fatto davvero?); la simmetria, l’ordine, la sensazione fisica di incompletezza finché qualcosa non è “esatto”; i pensieri intrusivi a contenuto aggressivo, sessuale o blasfemo, vissuti con profonda vergogna da chi li ha; la paura di fare del male agli altri, anche involontariamente. Il denominatore comune non è il contenuto delle ossessioni: è il rapporto di terrore che la mente costruisce con quel contenuto.

Vale la pena sottolineare una cosa che spesso genera grande sollievo: avere un pensiero intrusivo non significa volerlo mettere in atto. Le ricerche mostrano che la grande maggioranza delle persone con ossessioni aggressive o violente non presenta alcun rischio di agire questi pensieri, anzi è proprio il contrario: l’orrore provato di fronte a questi pensieri rivela quanto siano lontani dai valori profondi della persona (American Psychiatric Association, 2022). La vergogna che porta a nasconderli è comprensibile, ma è uno dei fattori che ritarda di più la richiesta di aiuto.

Perché nasce il disturbo ossessivo

Il disturbo ossessivo compulsivo, come tutte le sofferenze mentali, non ha una causa unica. La ricerca degli ultimi anni sta delineando un quadro sempre più articolato, in cui biologia, storia personale e modo di elaborare i significati si intrecciano in modo inestricabile.

Sul piano neurobiologico, gli studi di neuroimaging mostrano in modo consistente un’attivazione anomala di specifici circuiti cerebrali: in particolare, le connessioni tra la corteccia frontale, i gangli della base e il talamo risultano iperattive, generando una sorta di “allarme che non si spegne”. Nel 2024, uno studio pubblicato su Nature Medicine dal Baylor College of Medicine ha identificato per la prima volta uno specifico pattern di attività cerebrale come biomarker del disturbo ossessivo compulsivo (Provenza et al., 2024): nelle persone con DOC severo, le oscillazioni neurali a bassa frequenza mostrano un andamento rigidamente prevedibile, quasi come un loop che si ripete. Questa scoperta apre la strada a trattamenti più personalizzati e a una comprensione più precisa di cosa accade nel cervello durante le ossessioni. A livello genetico, uno studio su oltre 50.000 persone con disturbo ossessivo ha identificato circa 250 geni associati al disturbo, molti dei quali condivisi con altri disturbi d’ansia e con la depressione (QIMR Berghofer, Nature Genetics).

Ma la biologia racconta solo una parte della storia. Un’altra lettura guarda al ruolo del senso di colpa e della responsabilità percepita: alcune persone che sviluppano il disturbo ossessivo sembrano avere una soglia molto bassa per il senso di colpa deontologico, la paura cioè di essere responsabili di un danno per non aver fatto abbastanza, per non aver controllato abbastanza, per non essere stati abbastanza attenti. Il rituale diventa così un tentativo di espiazione preventiva: se controllo abbastanza volte, se mi lavo abbastanza, non potrò essere colpevole di nulla. Il problema è che “abbastanza” non esiste mai.

C’è poi una prospettiva che si concentra sul rapporto con l’incertezza: chi soffre di disturbo ossessivo fatica in modo particolare a tollerare il non sapere, il “forse”, il margine di errore che appartiene inevitabilmente a ogni azione umana. La certezza diventa un bisogno così assoluto da non poter essere soddisfatto, perché la certezza assoluta non esiste. Il rituale è un tentativo di ottenerla, ma la mente sa già, da qualche parte, che non ci riuscirà. E quindi ricomincia.

 Un’altra chiave di lettura considera i modelli di apprendimento e le abitudini mentali: ossessioni e compulsioni si rinforzano reciprocamente attraverso meccanismi di condizionamento che con il tempo diventano automatici, quasi riflessi. Non si sceglie consapevolmente di controllare: ci si ritrova già alla porta, già con le mani sotto l’acqua. Questo non significa che il cambiamento sia impossibile: significa che richiede un lavoro mirato sulle abitudini, non solo sulla volontà.

Il disturbo ossessivo e la relazione
Il disturbo ossessivo non esiste nel vuoto: entra nelle case, si siede a tavola, si mette in mezzo alle conversazioni. Chi vive con una persona con DOC conosce bene quella sensazione di dover scegliere ogni volta tra rispondere alla richiesta di rassicurazione e ignorarla, sapendo che entrambe le opzioni peggiorano qualcosa. Rispondere alimenta il ciclo: la rassicurazione data oggi richiede la stessa rassicurazione domani, con gli interessi. Non rispondere genera un’angoscia che è dolorosa da sostenere, per tutti.

I familiari spesso si trovano in una posizione paradossale: più si adattano al disturbo ossessivo, più lo rinforzano. Riorganizzano gli spazi, evitano certi argomenti, modificano le abitudini della famiglia per non innescare rituali. Tutto comprensibile, tutto umano, tutto controproducente a lungo termine. Questo non è un giudizio su chi lo fa: è quasi impossibile non farlo, quando si vuole bene a qualcuno che soffre. È però uno dei motivi per cui anche i familiari possono beneficiare di uno spazio dove elaborare questa dinamica complicata.

Il partner di una persona con disturbo ossessivo si trova spesso a oscillare tra il sentirsi indispensabile e il sentirsi in trappola, tra la compassione genuina e una stanchezza altrettanto genuina. Entrambe le sensazioni sono legittime. Riconoscerle, invece di scegliere una delle due e sopprimere l’altra, è il primo passo verso un modo di stare accanto che regga nel tempo.

Come si affronta il disturbo ossessivo: dalla comprensione alla possibilità


Il disturbo ossessivo compulsivo è tra i disturbi psicologici meglio conosciuti e trattati dalla ricerca. A livello sintomatologico, l’approccio che ha accumulato più evidenze è la terapia cognitivo-comportamentale con tecnica di esposizione e prevenzione della risposta (ERP): la persona impara gradualmente a tollerare l’ansia dell’ossessione senza mettere in atto la compulsione, rompendo il circolo che mantiene il disturbo. Non è un percorso indolore: richiede di entrare in contatto con ciò che fa più paura. Ma funziona, e gli effetti sono duraturi (Abramowitz et al., 2017).

La terapia farmacologica con inibitori della ricaptazione della serotonina può essere un supporto importante, soprattutto nelle forme più severe o quando l’intensità delle ossessioni rende difficile anche solo iniziare un lavoro psicoterapeutico. Nei casi resistenti ai trattamenti convenzionali, la ricerca sta esplorando nuove strade: dalla stimolazione cerebrale profonda alla terapia intensiva concentrata in pochi giorni (Bergen 4-Day Treatment), fino all’uso promettente di sostanze come la ketamina in protocolli controllati.

Un dato che fa riflettere: tra la comparsa dei primi sintomi del disturbo ossessivo e l’inizio di un trattamento adeguato passano in media 7-11 anni (Dell’Osso et al., 2015). È il primato poco invidiabile del disturbo psichico con il più lungo ritardo diagnostico. Eppure prima si interviene, migliori sono gli esiti: prima il disturbo ossessivo viene riconosciuto e trattato, minore è la probabilità che si cronifichi e si complichi con altri disturbi.

Vale la pena dirlo chiaramente: il disturbo ossessivo è anche un disturbo che si nasconde bene. Non per furbizia, ma per vergogna. Chi ne soffre spesso sa benissimo che i propri rituali appaiono assurdi agli altri, e questo sapere aggiunge un ulteriore strato di sofferenza. Il senso di isolamento che ne deriva, la sensazione di essere soli in una mente che funziona in modo incomprensibile, è uno dei vissuti più pesanti da portare. Riconoscersi in quello che si sente, sapere che altri lo hanno vissuto e ne sono usciti, può essere il primo passo verso qualcosa di diverso.

Il percorso terapeutico, quando è ben costruito, non mira a eliminare l’incertezza dalla vita (impresa impossibile) né a convincere la mente che il pensiero intrusivo non tornerà. Mira a trasformare il rapporto con quell’incertezza: imparare a coesistere con il dubbio senza che il dubbio diventi il centro di tutto. È un lavoro che si fa insieme a qualcuno, in uno spazio dove portare anche la vergogna, anche l’esasperazione, anche la stanchezza di chi sta accanto. Non una correzione, ma un incontro.

Il disturbo ossessivo non è un carattere difficile, una mancanza di fiducia in se stessi o un eccesso di scrupolo: è un modo sofferto di stare al mondo, tenuto in piedi da meccanismi precisi che si possono capire e, gradualmente, allentare. Riconoscerlo, smettere di nasconderlo, cercare il posto giusto dove portarlo: questo, prima di qualsiasi tecnica, è il primo gesto verso una vita più libera, più presente e più propria.

Riferimenti bibliografici
Abramowitz, J. S., McKay, D., & Storch, E. A. (2017). The Wiley Handbook of Obsessive Compulsive Disorders. Wiley-Blackwell.

American Psychiatric Association. (2022). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (5th ed., text rev.). APA Publishing.

Dell’Osso, B., Benatti, B., Oldani, L., Spagnolin, G., & Altamura, A. C. (2015). Differences in duration of untreated illness, duration, and severity of illness among clinical phenotypes of obsessive-compulsive disorder. CNS Spectrums, 20, 474–478.

Provenza, N. R., Reddy, S., Allam, A. K., et al. (2024). Disruption of neural periodicity predicts clinical response after deep brain stimulation for obsessive-compulsive disorder. Nature Medicine. https://doi.org/10.1038/s41591-024-03125-0

QIMR Berghofer Medical Research Institute. (2024). Biggest ever study into Obsessive Compulsive Disorder unlocks new genes. Nature Genetics.

Wongbusarakum, S., et al. (2025). Factors associated with delays in assessment and treatment of obsessive-compulsive disorder: A scoping review. Journal of Obsessive-Compulsive and Related Disorders, 47, 100982. Citato in State of Mind, 2026

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