C’è qualcosa di paradossale nel fanatismo religioso: più è rumoroso, più rivela fragilità. La ricerca lo ha documentato con una certa precisione — il fanatico non è chi crede di più, ma chi non può permettersi di dubitare. Perché dubitare, per lui, significherebbe franare.
Eppure ci siamo abituati a un’immagine diversa. Il fanatico religioso nella rappresentazione comune è una figura oscura, irrazionale, quasi aliena — lontana da noi, incomprensibile, fatta di rabbia e certezze assolute. La psicologia racconta una storia più scomoda: quella di una persona che, in un momento di vulnerabilità, ha trovato qualcosa che sembrava solido. E non ha più voluto lasciarlo andare.
Quando la certezza diventa rifugio
Il bisogno di significato è una costante dell’esistenza umana. Trovarsi smarriti, sentire che il mondo non ha una forma riconoscibile, vivere l’incertezza come qualcosa di insostenibile: sono esperienze che appartengono a tutti. Ma per alcune persone, in certi momenti della vita, questa incertezza non è solo fastidiosa — è intollerabile.
È qui che il fanatismo religioso trova il suo terreno più fertile. Uno studio pubblicato sul Journal of Experimental Psychology: General ha identificato un meccanismo specifico alla base del fanatismo, definito “discordant knowing”: la certezza di sapere qualcosa che la maggioranza nega o avversa. Quando le proprie convinzioni si percepiscono come assediate, la risposta psicologica non è aprirsi al dubbio — è chiudersi ancora di più. Il fanatismo religioso non è, in questo senso, l’effetto di troppa fede: è l’effetto di una fede che sente di doversi difendere per sopravvivere (Dagnall et al., 2022).
Frankl aveva intuito qualcosa di simile decenni fa: il bisogno di senso non è opzionale. Quando manca, la persona non resta semplicemente vuota — cerca qualcosa che lo riempia, e lo cerca con urgenza. I sistemi di credenza che offrono risposte complete, gerarchie chiare e un’identità nitida hanno un vantaggio enorme su tutto il resto: tolgono l’ansia dell’interpretazione. Il fanatismo religioso offre esattamente questo — un mondo dove ogni cosa ha un posto, e ogni persona sa qual è il suo.
Il fanatico e l’identità ferita
Dal punto di vista soggettivo, chi scivola nel fanatismo religioso non vive un’esplosione improvvisa di intolleranza. Vive, spesso, una storia di identità precaria: il senso di sé vacillante, la difficoltà a occupare uno spazio riconoscibile nel mondo, la sensazione di non appartenere a nessun luogo in modo pieno.
La ricerca psicoanalitica parla di ferita narcisistica: quando il senso di sé è fragile, qualsiasi sfida — reale o percepita — alla propria identità può innescare una risposta sproporzionata. Golasmici (2023), in un’analisi pubblicata nella rivista della Società Italiana di Psicologia della Religione, sostiene che il fondamentalismo si genera quando una credenza si radicalizza e diventa vicaria di un’identità che si sente sotto attacco. Non è la fede che crea il fanatico — è la ferita che usa la fede come scudo.
In questo vissuto c’è qualcosa di profondamente umano, anche quando porta a conseguenze devastanti: la ricerca di un posto nel mondo dove la propria esistenza abbia peso, forma, riconoscimento. Il fanatismo religioso risponde a questa ricerca con una promessa precisa: tu conti, fai parte di qualcosa di più grande, hai una missione. È una promessa potente. Soprattutto per chi non l’ha mai sentita pronunciare altrove.
Uno studio del 2023 pubblicato su Frontiers in Psychology ha identificato quattro pattern ricorrenti nei manifesti di autori di violenza estrema: fusione identitaria con il gruppo, fissazione su minacce esistenziali, disumanizzazione dell’altro, percezione della violenza come soluzione legittima. Tutti e quattro convergono verso un’unica radice: l’identità percepita come in pericolo.
Il gruppo che salva — e poi ingoia

Il fanatismo religioso non è quasi mai un fenomeno solitario. È un fenomeno di gruppo, e questo cambia tutto. Il fanatico isolato, come ha scritto lo psicanalista Gérard Haddad, è spesso un fenomeno clinico; è nell’appartenenza a un gruppo che trova legittimità, potere, una storia condivisa da abitare. La comunità religiosa radicalizzata non è solo un contenitore di credenze: è una risposta concreta al bisogno di non essere soli.
Chi si avvicina al fanatismo religioso trova, di solito, qualcuno che lo accoglie prima che lo convinca. La dinamica è sottile: prima il calore umano, il senso di appartenenza, la sensazione di essere finalmente visto e capito. Poi, gradualmente, la cornice si restringe. I dubbi vengono riformulati come tentazioni. Le amicizie esterne si allentano. Il gruppo diventa l’unico specchio in cui riconoscersi.
Chi sta accanto a qualcuno che percorre questo cammino conosce bene una sensazione particolare: quella di perdere la persona non con un gesto netto, ma goccia a goccia, discorso dopo discorso. È un lutto strano, perché la persona è ancora lì — ma risponde sempre meno, e sorride in modo sempre più fisso. Il fanatismo religioso non toglie l’affetto: lo reindirizza verso un’unica sorgente.
La mistica che diventa trappola
Vale la pena fare una distinzione che la letteratura psicologica sottolinea con insistenza: il fanatismo religioso non è la fede, né la mistica, né l’esperienza spirituale profonda. È il loro rovescio. Dove la fede matura ammette il dubbio, il fanatismo lo cancella. Dove l’esperienza mistica apre al senso del mistero, il fanatismo lo chiude in un sistema rigido. Dove la spiritualità allarga la relazione con l’altro, il fanatismo la restringe fino all’ostilità.
Alcuni ricercatori della tradizione della psicosintesi hanno descritto il fanatismo religioso come un caso estremo di “inflazione transpersonale”: esperienze spirituali autentiche — senso di appartenenza all’universo, vissuto di unione, senso di missione — che non riescono a essere integrate in una personalità stabile e finiscono per sovrastarla. La luce, in questo senso, non è falsa: è semplicemente troppa per contenitori che non reggono. La deriva non sta nell’esperienza spirituale in sé, ma nell’incapacità di abitarla senza identificarvisi completamente.
Questo è uno dei punti più delicati quando si parla di fanatismo religioso in contesto terapeutico: la persona non sta mentendo sulla propria esperienza. Sta descrivendo qualcosa che per lei è reale, intenso, trasformativo. Il lavoro non è convincerla che quella luce non esiste — è aiutarla a costruire un suolo abbastanza solido da sostenerla senza esserne abbagliata.
Bellantoni (2017) individua nel fanatismo religioso quattro variabili convergenti: predisposizioni di personalità (tratti oppositivi o ansiosi, confusione identitaria), storia di vita e strategie di coping, evento scatenante percepito come minaccia, e contesto di gruppo che supporta e motiva all’azione. Nessuna di queste, da sola, è sufficiente.
Cosa si può fare — e cosa no
Il trattamento del fanatismo religioso — quando è possibile — non assomiglia a un dibattito. Non si tratta di smontare argomenti teologici, né di dimostrare che il gruppo è in errore. Si tratta di lavorare su quello che c’era prima: la fragilità identitaria, il bisogno di appartenenza, la storia di dolore che ha reso quella certezza così necessaria.
Gli approcci che mostrano i risultati più solidi lavorano su più livelli contemporaneamente: il senso di sé, le competenze relazionali, la capacità di tollerare l’incertezza senza collassare su di essa. Non si tratta di “togliere” la fede — spesso la fede rimane, trasformata. Si tratta di ampliare il contenitore, di restituire alla persona la possibilità di abitare il dubbio senza sentirsi in pericolo.
Per chi sta accanto a qualcuno che manifesta un forte fanatismo religioso, il percorso è diverso ma altrettanto faticoso. La tentazione di scontrarsi frontalmente sulle idee è comprensibile — e quasi sempre controproducente. Quello che tiene aperto un canale, più spesso, è restare presenti senza giudicare: un filo sottile, ma reale, che può fare la differenza nel momento in cui la persona comincia a interrogarsi.
Il fanatismo religioso non è fede portata all’estremo: è un modo sofferto di stare al mondo quando il mondo sembra troppo incerto da abitare. Riconoscerlo non significa giustificarlo — significa capire da dove viene, per sapere come rispondergli. Costruire identità più solide, relazioni più sicure, una tolleranza dell’ambiguità che non faccia paura: questo è il lavoro — lento, paziente, necessario.
Riferimenti bibliografici
Bellantoni, D. (2017). Il fanatismo religioso. Aspetti psicologici. In M. Marin & J. Kuruvachira (a cura di), Alle radici del fanatismo. LAS.
Dagnall, N., Denovan, A., Drinkwater, K., & Parker, A. (2022). Discordant knowing as a mechanism underlying fanaticism. Journal of Experimental Psychology: General.
Di Marzio, R. (2025). Fanaticism: psychosociological roots and social consequences. EMUNA Brief, LUISS.
Golasmici, S. (2023). Psicoanalisi, fondamentalismo e terrorismo religioso. Contributi di Psicologia della Religione. Società Italiana di Psicologia della Religione.
McGregor, I., Hayes, J., & Prentice, M. (2015). Motivation for aggressive religious radicalization: goal regulation theory. Frontiers in Psychology, 6, 1325.
Pelluri, R. (2025). A Freudian Analysis of Religious Extremism. SSRN Working Paper. https://doi.org/10.2139/ssrn.5259165
