Elaborare un lutto: quando il dolore blocca la vita

L’elaborazione del lutto non cancella il ricordo. Lo trasforma. Cercare di dimenticare peggiora il dolore; accettare la presenza-in-assenza guarisce.

Sei mesi dopo la morte di tua madre, ancora prendi il telefono per chiamarla quando ti succede qualcosa di importante. Poi ricordi. Il dolore torna, acuto come il primo giorno. Ti chiedi perché non riesci ad andare avanti, perché il tempo non sta guarendo nulla. Non sei bloccato: stai elaborando. E l’elaborazione del lutto non segue l’orologio, segue percorsi profondi che attraversano corpo, memoria e senso di sé.

Perdere una persona cara non è solo un evento: è una rottura nel tessuto della propria esistenza. Il lutto altera il modo in cui abitiamo il mondo, perché quella persona era parte di come ci orientavamo nella vita quotidiana. Il suo volto era riferimento, la sua voce era conforto, la sua presenza era certezza. Quando non c’è più, non scompare solo lei: scompare anche una parte del nostro modo di stare al mondo.

Quando il lutto diventa complicato

L’elaborazione del lutto è un processo naturale che la maggior parte delle persone attraversa nei primi 12-18 mesi dalla perdita. Il dolore acuto si attenua gradualmente, i ricordi diventano meno dolorosi, la vita riprende forme nuove. Tuttavia, per alcune persone il lutto non si risolve: il dolore resta intenso, paralizzante, immutato anche dopo un anno.

Il lutto complicato si manifesta quando la sofferenza impedisce di vivere. I criteri del DSM-5 descrivono questa condizione con precisione clinica: nostalgia persistente per la persona scomparsa, difficoltà ad accettare la perdita, senso di vuoto che non si riempie, isolamento crescente. Ma dietro questi sintomi c’è un’esperienza più profonda. Chi vive un lutto complicato non riesce a trovare un posto per l’assenza. La persona manca in modo così totale che il mondo intero sembra privo di senso.

Secondo le stime dell’APA, il disturbo da lutto prolungato colpisce tra il 7% e il 10% delle persone che subiscono una perdita. Non è debolezza, non è incapacità di “lasciar andare”. È una forma specifica di sofferenza che richiede attenzione clinica, perché cronicizzandosi può portare a depressione maggiore, ansia severa, problemi di salute fisica.

Il corpo che ricorda prima della mente

L’elaborazione del lutto non è solo un processo mentale. Secondo uno studio dell’Harvard Medical School , il corpo la vive sulla propria pelle: oppressione al petto, nodo alla gola, stanchezza che nessun sonno dissolve. Questi non sono sintomi accessori, sono il modo in cui il corpo-soggetto esprime ciò che le parole non riescono a dire. Il lutto si inscrive nei muscoli, nel respiro, nel ritmo del sonno. Chi ha perso qualcuno lo sa: ci sono giorni in cui il dolore è una presenza fisica, un peso che si porta addosso.

Quando una persona cara muore, il corpo continua a cercarla. Questo non è metafora: è letteralmente ciò che accade. Ti volti quando senti il suo passo, aspetti una telefonata che non arriverà, prepari il caffè per due. Il corpo ha costruito abitudini attorno a quella presenza, e ora deve disimpararle. Questa disconnessione tra ciò che il corpo sa (che la persona dovrebbe esserci) e ciò che la mente comprende (che non c’è più) genera un’inquietudine sottile, costante.

Le fasi del lutto: una mappa, non una strada obbligata

John Bowlby, pioniere della teoria dell’attaccamento, ha descritto l’elaborazione del lutto come un processo che attraversa quattro fasi: stordimento e incredulità, ricerca e struggimento, disorganizzazione e disperazione, riorganizzazione. Queste fasi non sono tappe obbligate da percorrere in sequenza. Alcune persone le saltano, altre le ripetono, molte le vivono in ordine diverso. Non sono un programma, sono una mappa per orientarsi quando tutto sembra caos.

Nella fase dello stordimento, la mente si rifiuta di credere. “Non può essere vero” non è negazione patologica, è protezione temporanea. La psiche si dà tempo per prepararsi a un dolore troppo grande da affrontare tutto insieme. Poi arriva la ricerca: l’impulso irresistibile di trovare chi non c’è più. Si cercano segni, si rivivono ricordi, si ascoltano vecchi messaggi vocali. Questa fase può durare mesi e genera un’angoscia particolare, perché la ricerca non porta mai a destinazione.

La disorganizzazione è forse la fase più dura. Il dolore si fa acuto, persistente, accompagnato dalla consapevolezza che quella persona non tornerà mai. La vita quotidiana perde struttura, le attività abituali sembrano prive di senso. È qui che molte persone si bloccano, incapaci di immaginare un futuro senza chi hanno perso. Infine, nella fase di riorganizzazione, l’elaborazione del lutto trova una forma nuova. Non si dimentica, non si supera: si impara a convivere con l’assenza, costruendo una relazione interiore con chi non c’è più.

Cosa blocca l’elaborazione del lutto

Perché alcune persone restano intrappolate nel dolore mentre altre riescono gradualmente a ritrovare un equilibrio? Diversi fattori ostacolano l’elaborazione del lutto. La qualità della relazione con il defunto conta: un legame molto dipendente o conflittuale rende più difficile accettare la perdita. Le circostanze della morte influenzano il processo: una morte improvvisa, violenta o senza possibilità di saluto lascia ferite più profonde.

Ma c’è anche un ostacolo più sottile, legato al significato che diamo alla perdita. Chi investe tutto il proprio senso di identità in una relazione fatica a ricostruirsi quando quella relazione finisce. La domanda “Chi sono io senza di lei?” resta senza risposta, e questo impedisce di andare avanti. L’elaborazione del lutto richiede di riorganizzare non solo la vita pratica, ma l’intera percezione di sé.

Un altro meccanismo che complica il lutto è la ruminazione. Rimuginare su “cosa sarebbe potuto essere diverso” o “perché è successo proprio a me” mantiene la mente fissata sulla perdita senza permettere elaborazione. Il pensiero gira in circolo, sempre sugli stessi punti, senza trovare uscita. Questo stile cognitivo, quando diventa abituale, cronicizza la sofferenza.

Come la psicoterapia accompagna l’elaborazione del lutto

La psicoterapia per il lutto non è un percorso per “dimenticare” chi si è perso, ma per trasformare la relazione con quella persona da presenza fisica a presenza interiore. L’obiettivo non è cancellare il dolore, ma renderlo abitabile. Molto utili possono essere anche i gruppi terapeutici che offrono qualcosa di unico: la possibilità di non sentirsi soli. Chi ha perso qualcuno spesso si isola, perché sente che nessuno può capire. In un gruppo di persone in lutto, questa solitudine si scioglie. Si scopre che altre persone provano le stesse emozioni contraddittorie, gli stessi sensi di colpa inspiegabili, le stesse paure. Questa condivisione non risolve il dolore, ma lo rende meno insostenibile.

Dalla presenza fisica alla presenza interiore

L’elaborazione del lutto arriva a compimento quando la persona riesce a mantenere un legame con chi non c’è più senza esserne paralizzata. Questo non significa “superare” la perdita, termine che suggerisce erroneamente di poter lasciare tutto alle spalle. Significa piuttosto trovare un nuovo modo di portare quella persona dentro di sé: nei valori che ha trasmesso, nei ricordi che si possono evocare senza collassare, nella capacità di immaginare cosa avrebbe detto o fatto in determinate situazioni.

Questo passaggio richiede tempo e compassione verso se stessi. Richiede di accettare che ci saranno ancora momenti difficili, date che fanno male, luoghi che evocano dolore. Ma richiede anche di permettersi di vivere, di ridere, di costruire nuove relazioni senza sentirsi in colpa. L’amore per chi non c’è più non si misura dalla durata della sofferenza. Si misura dalla capacità di onorarne la memoria vivendo una vita piena.

L’elaborazione del lutto è un atto di trasformazione esistenziale: da “non posso vivere senza di te” a “posso portarti con me mentre vivo”. È un cammino faticoso, mai lineare, a volte insopportabile. Ma è possibile. E quando il dolore paralizzante si trasforma in nostalgia abitabile, quando si riesce a pronunciare il nome della persona cara senza sentire il petto stringersi, allora si sa di aver attraversato il lutto senza perdere se stessi nel processo.

Riferimenti bibliografici

Bowlby, J. (1980). Attaccamento e perdita. Vol. 3: La perdita della madre. Torino: Boringhieri.

American Psychiatric Association (2022). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, quinta edizione – text revision (DSM-5-TR). Milano: Raffaello Cortina.

Komischke-Konnerup, K.B., O’Connor, M., Hoijtink, H., Boelen, P.A. (2023). Cognitive-Behavioral Therapy for Complicated Grief Reactions: Treatment Protocol and Preliminary Findings. Cognitive and Behavioral Practice.

Shear, K. (2012). Grief and mourning gone awry: pathway and course of complicated grief. Dialogues in Clinical Neuroscience, 14(2), 119-128.

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