Due persone nello stesso corpo. Mattina: sicura, brillante, capace di affrontare il mondo. Pomeriggio: vuota, persa, convinta di non valere nulla. Il disturbo borderline è questo: un’identità che cambia forma come sabbia tra le dita, un senso di sé che non riesce mai a stabilizzarsi. Chi lo vive non sa rispondere alla domanda “chi sono io?” senza sentire il terreno franare. Ogni specchio riflette un’immagine diversa a seconda di chi sta guardando. Le emozioni arrivano come ondate improvvise: gioia accecante che si trasforma in disperazione nel giro di un’ora, rabbia che esplode senza preavviso, vuoto che inghiotte tutto.
Un modo di stare al mondo senza ancoraggio
Il disturbo borderline di personalità non è un “carattere difficile” né una scelta. È un modo profondamente sofferto di abitare la propria esistenza, caratterizzato da una fragilità dell’identità che oscilla continuamente. Chi ne soffre vive in un corpo e una mente che non trovano mai pace. La temporalità stessa si frantuma: il passato è un catalogo di ferite mai rimarginate, il presente un’urgenza emotiva continua, il futuro una minaccia di abbandono imminente.
Questa condizione coinvolge circa il 5,9% della popolazione, ma nei contesti psichiatrici la prevalenza sale al 20%. Il 75% dei diagnosticati sono donne, e il 10% muore per suicidio. Eppure dietro questi numeri c’è sempre un vissuto: quello di chi si sveglia ogni mattina senza sapere chi sarà quel giorno, di chi percepisce le emozioni con un’intensità che altri faticano a comprendere, di chi vive ogni relazione come se fosse l’ultima ancora di salvezza prima del naufragio.
Il corpo come messaggero del caos interno

Nel disturbo borderline, il corpo diventa il terreno su cui si combatte la battaglia per esistere. Tagli, bruciature, comportamenti a rischio non sono “richieste di attenzione” ma disperati tentativi di dare voce a un dolore che non trova parole. Il corpo parla quando la mente non può: traduce in ferite visibili una sofferenza invisibile, trasforma in sensazione fisica un’angoscia che altrimenti resterebbe sospesa nel vuoto. Chi si ferisce cerca di sentirsi vivo quando l’emozione lo anestetizza, o di punirsi per una colpa che non riesce nemmeno a nominare.
L’autolesionismo nel disturbo borderline non è mai casuale: è un tentativo di ristabilire un equilibrio emotivo, di incarnare un dolore psichico che altrimenti sembra irreale. Recenti ricerche pubblicate su World Psychiatry nel 2024 confermano che la disregolazione emotiva rappresenta il nucleo centrale del disturbo, manifestandosi attraverso il corpo quando le parole non bastano.
Relazioni come altalena tra vita e morte
Per chi soffre di disturbo borderline, stare in relazione significa vivere in perenne stato di allerta. Ogni micro-segnale dell’altro viene scansionato come un presagio di abbandono: un tono di voce diverso, un messaggio non letto, un “ci vediamo dopo” invece di “ci vediamo presto”. Non è paranoia. È un cervello che ha imparato che la vicinanza è pericolosa quanto la solitudine, che l’amore porta sempre con sé il germe del rifiuto.
Le relazioni oscillano tra idealizzazione e svalutazione: la stessa persona può essere percepita come salvifica in un momento e come crudele e deludente subito dopo. Questa dinamica non nasce da cattiveria ma da una costituzione intersoggettiva fragile. Il senso di sé nel disturbo borderline non esiste in modo stabile e autonomo: si forma e si dissolve nello sguardo dell’altro. Quando l’altro è presente e rassicurante, ci si sente interi. Quando l’altro si allontana, anche solo emotivamente, il sé si frantuma.
Chi vive accanto a una persona con disturbo borderline conosce bene quella sensazione di camminare sulle uova, uova che peraltro cambiano posizione ogni cinque minuti. Il partner oscilla tra il sentirsi indispensabile e il sentirsi in trappola, due sensazioni che possono coesistere nello stesso momento. I familiari sperimentano un carico emotivo che logora: l’ipervigilanza costante, la paura del gesto estremo, il senso di colpa per la propria stanchezza. Validare questa fatica non significa sminuire la sofferenza di chi ha il disturbo borderline: entrambi soffrono, in modi diversi, e riconoscerlo è il primo passo per uscire dal ciclo della colpa reciproca.
La paura dell’abbandono come angoscia esistenziale
Il terrore dell’abbandono nel disturbo borderline non è semplicemente la paura di restare soli. È un’angoscia esistenziale che riguarda l’essere stessi: senza l’altro, chi sono? La persona con questo disturbo vive una fragilità ontologica, una difficoltà a sentirsi esistente in modo autonomo. L’abbandono non è solo perdita di una relazione: è minaccia di annientamento del sé.
Questa paura genera comportamenti che appaiono contraddittori: ricerca disperata di vicinanza alternata a spinte improvvise verso l’allontanamento, richieste di rassicurazione seguite da rabbia quando l’altro le offre. Secondo il modello biosociale di Marsha Linehan, creatrice della Terapia Dialettico-Comportamentale (DBT), il disturbo borderline nasce dall’incontro tra una vulnerabilità emotiva innata e un ambiente invalidante che non riconosce e non accoglie le emozioni del bambino.
Quando il vuoto diventa l’unica costante
Molte persone con disturbo borderline descrivono un senso cronico di vuoto che non ha a che fare con la tristezza o con la solitudine. È un vuoto esistenziale, un buco nero dove dovrebbe esserci un centro, un’identità stabile. Questo vuoto si manifesta come noia insopportabile, come sensazione di non essere mai abbastanza presenti a se stessi, come bisogno compulsivo di riempire il tempo con attività, relazioni, sostanze, qualsiasi cosa che distragga dal confronto con quel nulla interno.
La ricerca neuroscientifica ha individuato alterazioni specifiche nei circuiti prefrontali e limbici delle persone con disturbo borderline. L’amigdala, struttura chiave nella gestione delle emozioni, risulta iperattiva, mentre la corteccia prefrontale fatica a modulare le risposte emotive. Ma queste alterazioni non spiegano tutto: raccontano solo una parte della storia, quella misurabile. L’altra parte riguarda il vissuto, irriducibile a qualsiasi scansione cerebrale.
La terapia come spazio per ricostruire
Dal disturbo borderline si può guarire, o meglio, si può imparare a vivere in modo più integrato e meno sofferto. La psicoterapia è il trattamento di elezione, e tra gli approcci più efficaci spicca la Terapia Dialettico-Comportamentale (DBT), sviluppata proprio per questo disturbo. La DBT insegna abilità concrete di regolazione emotiva, tolleranza della sofferenza e gestione delle relazioni, lavorando sul principio dialettico tra accettazione e cambiamento.
Altri approcci efficaci includono la Schema Therapy, che lavora sugli schemi emotivi disfunzionali formatisi nell’infanzia, e la Terapia basata sulla Mentalizzazione, che aiuta a comprendere i propri stati mentali e quelli altrui. Una meta-analisi pubblicata nel 2025 sul Journal of Clinical Psychology conferma che la DBT riduce significativamente comportamenti autolesivi e suicidari nel giro di sei mesi.
Ma la terapia non è solo tecnica: è soprattutto relazione. Per chi ha un disturbo borderline, lo spazio terapeutico diventa un luogo dove sperimentare, forse per la prima volta, una relazione stabile e prevedibile. Il terapeuta non abbandona, non giudica, non oscilla tra idealizzazione e svalutazione. Questa esperienza correttiva permette di interiorizzare un’immagine dell’altro come affidabile, e di conseguenza di costruire un senso di sé meno frammentato.
Riconoscere per trasformare
Il disturbo borderline non è manipolazione: è sopravvivenza. Non è debolezza: è il tentativo estremo di stare in piedi quando tutto dentro frana. Chi lo vive cerca vicinanza temendo l’abbandono, esprime rabbia coprendo una paura sconfinata, si ferisce per sentirsi vivo o per punire un sé percepito come indegno. Comprendere questa sofferenza non significa giustificare ogni comportamento, ma riconoscere che dietro ogni gesto c’è un bisogno umano legittimo che chiede di essere visto, accolto, accompagnato.
La coscienza del disagio, la sensibilità emotiva e la capacità di osservare se stessi offrono possibilità di cambiamento. Con il supporto terapeutico adeguato, è possibile imparare a regolare le emozioni senza annientarsi, a stare nelle relazioni senza perdersi, a costruire un’identità più stabile anche se imperfetta. Il percorso è lungo e richiede coraggio, ma porta a vivere relazioni più autentiche, sicure e libere.
Riferimenti bibliografici
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