Luca ha 34 anni e da sempre si è sentito “sbagliato”. A scuola lo chiamavano svogliato, sul lavoro disorganizzato, nelle relazioni imprevedibili. Quando, a gennaio 2025, ha visto un video su TikTok che elencava i sintomi dell’ADHD, ha avuto una rivelazione: “Sono io”. Il video, con l’hashtag #ADHDAdulti, aveva raggiunto 3 milioni di visualizzazioni in 48 ore. I commenti esplodevano: “Sono io”, “Penso di averlo anche io”.
Ma è davvero così semplice? Milioni di persone si riconoscono ogni giorno in video che descrivono difficoltà di concentrazione, procrastinazione cronica, impulsività. Il problema è che questi sintomi possono essere tante cose: ansia, burnout, depressione, o semplicemente il prezzo dell’iperstimolazione moderna. Ecco il punto cruciale: l’ADHD esiste ed è un disturbo reale con basi neurobiologiche precise che colpisce il 2,5% degli adulti. Ma secondo uno studio pubblicato nel 2025 su PLOS One, oltre la metà dei contenuti virali sull’ADHD contiene informazioni fuorvianti. Due verità coesistono: molte persone scoprono il disturbo solo da grandi, ma altrettante si autodiagnosticano erroneamente confondendo sintomi comuni con un disturbo del neurosviluppo.
Cos’è l’ADHD e come si trasforma crescendo
Il Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività è un disturbo del neurosviluppo che inizia nell’infanzia. Non è questione di volontà o di carattere debole: è un funzionamento diverso di specifiche aree cerebrali, in particolare la corteccia prefrontale e i gangli della base, con uno squilibrio nei sistemi dopaminergico e noradrenergico. Chi vive con questo disturbo sperimenta difficoltà persistenti nell’attenzione, nell’organizzazione, nel controllo degli impulsi. E in circa il 60-70% dei casi, il disturbo non scompare con l’età.
La grande differenza è che l’ADHD si trasforma. Il bambino iperattivo che non sta mai fermo diventa un adulto con irrequietezza interna, una sensazione di essere “azionato da un motore” anche quando il corpo è immobile. L’impulsività infantile si manifesta in decisioni affrettate, spese eccessive, dimissioni improvvise dal lavoro. La disattenzione rimane, anzi spesso si accentua: difficoltà a portare a termine progetti lunghi, procrastinare anche compiti importanti, perdere continuamente chiavi e documenti, arrivare sempre in ritardo. L’iperattività motoria diminuisce, ma la mente continua a correre.
Il ruolo della dopamina è centrale: il disturbo è caratterizzato da una ridotta disponibilità di dopamina nelle aree frontali e striatali del cervello, quelle che permettono di concentrarsi, pianificare, trovare gratificante un compito noioso. È questo squilibrio neurochimico che spiega molti dei sintomi. Non è pigrizia o mancanza di disciplina: è neurobiologia. Per approfondire i meccanismi alla base del disturbo, puoi leggere il nostro articolo su ADHD e dopamina.
Quando la diagnosi arriva tardi: perché succede
Se l’ADHD inizia nell’infanzia, perché Luca lo scopre solo a 34 anni? Le ragioni sono molteplici. Innanzitutto, esistono tre presentazioni del disturbo: con predominanza di disattenzione, con predominanza di iperattività-impulsività, o in forma combinata. Le donne tendono a manifestare più spesso la forma disattentiva: niente iperattività motoria evidente, ma una fatica costante nel mantenere la concentrazione, un senso di sopraffazione davanti ai compiti organizzativi. Queste manifestazioni vengono facilmente scambiate per disorganizzazione caratteriale o per ansia.
Uno studio pubblicato nel 2024 su The Lancet Psychiatry ha documentato come il bias di genere giochi un ruolo cruciale: a parità di sintomi, le bambine ricevono una diagnosi in media 5-10 anni dopo rispetto ai maschi. Questo significa che molte donne arrivano alla diagnosi solo in età adulta, spesso dopo aver ricevuto trattamenti inefficaci per ansia o depressione. Gli insegnanti cercano il bambino “difficile e disturbante”, non quello “sognante e disorganizzato”. Il risultato è una sistematica sottovalutazione delle manifestazioni femminili del disturbo.
Poi c’è il fattore compensazione. Molti adulti con ADHD hanno sviluppato strategie efficaci durante l’infanzia. Un’intelligenza sopra la media, un ambiente familiare strutturato, genitori attenti: questi fattori permettono di mascherare il disturbo fino a quando le richieste ambientali non aumentano. L’università, il primo lavoro complesso, la gestione autonoma di una casa sono i momenti in cui l’ADHD emerge con forza. Le compensazioni non bastano più e la persona si ritrova in difficoltà senza capire perché. Non è che i sintomi siano arrivati adesso: sono sempre stati lì, nascosti dietro una rete di protezioni che ora si è dissolta.
Il labirinto diagnostico: quando i sintomi si confondono
Qui arriviamo al cuore del problema, quello che genera confusione sia nei social media che negli studi medici. La difficoltà di concentrazione esiste nella depressione, nell’ansia generalizzata, nel disturbo bipolare, nel trauma complesso. L’impulsività può somigliare a tratti di personalità borderline. L’irrequietezza può essere confusa con uno stato ansioso cronico. Non è raro che chi soffre di ADHD riceva prima diagnosi errate: disturbo d’ansia, depressione resistente al trattamento, disturbo bipolare di tipo II.
La comorbilità è la norma, non l’eccezione. Circa l’80% delle persone con ADHD presenta almeno un altro disturbo psichiatrico, secondo una review pubblicata nel 2025 su World Psychiatry. I più comuni sono i disturbi d’ansia, la depressione, i disturbi del sonno, l’abuso di sostanze. Questo intreccio rende la diagnosi complessa e richiede una valutazione clinica approfondita da parte di professionisti esperti. Non un semplice questionario online, non un video virale, ma un percorso diagnostico serio che esclude altre spiegazioni per i sintomi.
La differenza cruciale sta nell’intensità, nella persistenza e nell’impatto funzionale. Tutti dimenticano le chiavi qualche volta. Chi ha ADHD le dimentica sistematicamente, da sempre, insieme a telefono, portafoglio, appuntamenti, scadenze. Tutti procrastinano compiti noiosi. Chi ha ADHD procrastina anche ciò che desidera ardentemente fare, perché il cervello non riesce a generare la motivazione necessaria senza un senso di urgenza estremo. E soprattutto: questi sintomi c’erano già nell’infanzia, anche se mascherati o non riconosciuti.
TikTok e l’epidemia di autodiagnosi: cosa sta succedendo

TikTok ha un merito innegabile: ha portato alla luce un disturbo che per decenni è rimasto invisibile negli adulti, soprattutto nelle donne. Milioni di persone hanno finalmente trovato un nome per la loro sofferenza, hanno scoperto di non essere “pigre” o “stupide”. Questo è potente e liberatorio. Ma c’è un rovescio della medaglia che non possiamo ignorare.
Uno studio del 2025 pubblicato su JMIR Infodemiology ha analizzato 125 dei video più popolari sull’ADHD su TikTok: il 55% delle caratteristiche attribuite al disturbo non erano in linea con i criteri diagnostici del DSM-5. Molti video descrivono comportamenti comuni a tutti (dimenticare dove si mettono le chiavi, procrastinare quando un compito è noioso, distrarsi durante una riunione lunga) come sintomi patognomonici di ADHD. Il risultato? Una massiccia patologizzazione dell’esperienza umana normale e un’ondata di autodiagnosi che intasano i servizi diagnostici e creano confusione.
Il problema non è che le persone cerchino risposte. Il problema è che trovano risposte sbagliate o incomplete. Un adulto stressato, oberato di lavoro, costantemente connesso agli schermi, che dorme male e si alimenta peggio, sperimenterà difficoltà di concentrazione, irritabilità, procrastinazione. Ma questo non è ADHD: è il prezzo della vita moderna. Distinguere tra un disturbo del neurosviluppo con basi genetiche e neurobiologiche chiare, e l’effetto dell’iperstimolazione costante, richiede competenza clinica, non un video di 60 secondi.
Come si fa una diagnosi seria (e perché serve)
La diagnosi di ADHD in età adulta richiede un percorso strutturato. Non basta compilare un questionario trovato online: serve una valutazione clinica approfondita con un professionista esperto (psichiatra, neurologo, neuropsichiatra, psicologo). L’intervista clinica deve ricostruire la storia di sviluppo, i sintomi nell’infanzia (anche se non diagnosticati allora), il funzionamento attuale in diversi contesti.
Il DSM-5 richiede che siano presenti almeno cinque sintomi di disattenzione e/o iperattività-impulsività (negli adulti oltre i 17 anni), che questi sintomi siano iniziati prima dei 12 anni, che siano presenti in almeno due contesti diversi (casa, lavoro, relazioni), e che causino un impatto significativo sul funzionamento quotidiano. È fondamentale escludere che i sintomi siano meglio spiegati da altri disturbi: un’ansia grave può causare disattenzione, ma se trattata adeguatamente la concentrazione migliora. Nell’ADHD questo non succede, perché il problema è strutturale, non reattivo.
Gli strumenti di valutazione più validati includono interviste semi-strutturate come la DIVA-5 (Diagnostic Interview for ADHD in Adults) e scale di autovalutazione come l’ASRS-18. Tuttavia, questi sono strumenti di supporto alla valutazione clinica, non sostituti del giudizio esperto. I test neuropsicologici possono essere utili per comprendere il profilo cognitivo individuale, ma non hanno valore diagnostico: molte persone con ADHD hanno performance normali ai test, mentre molti senza ADHD mostrano deficit esecutivi legati ad altre condizioni.
Vivere con l’ADHD: oltre l’etichetta
Ricevere una diagnosi di ADHD da adulti può essere destabilizzante e liberatorio allo stesso tempo. Destabilizzante perché costringe a rileggere tutta la propria storia con occhi nuovi: non ero pigro, avevo un disturbo. Non ero stupido, il mio cervello funzionava diversamente. Liberatorio perché finalmente c’è un nome, una spiegazione, e soprattutto la possibilità di un trattamento.
Chi vive con ADHD non vive solo la frustrazione dei sintomi. Vive anche il peso di anni di autosvalutazione, di relazioni complicate, di opportunità perse. Chi sta accanto può sentirsi esausto, confuso tra il voler aiutare e il non sapere come, oscillando tra la protezione eccessiva e il distacco difensivo. Il partner può non capire come si possa dimenticare un anniversario importante pur amando profondamente. I familiari possono vedere solo il caos esteriore, non la paralisi interna davanti a un compito che sembra insormontabile.
Eppure, c’è un percorso possibile. I trattamenti esistono e sono efficaci. La terapia farmacologica con stimolanti (metilfenidato) o non-stimolanti (atomoxetina) può fare una differenza significativa, aiutando a regolare i sistemi dopaminergici e noradrenergici. La psicoterapia cognitivo-comportamentale insegna strategie pratiche per gestire l’organizzazione, la pianificazione, la regolazione emotiva, aiuta a costruire abitudini sostenibili e sistemi di compensazione efficaci.
Ma forse la parte più importante è la ridefinizione del senso di sé. L’ADHD non è una scusa per non impegnarsi né una condanna a una vita disfunzionale. È un modo diverso di stare al mondo, con fatiche reali ma anche con potenzialità specifiche: creatività, capacità di iperfocus su ciò che appassiona, pensiero laterale, resilienza costruita attraverso anni di adattamenti.
Tornando a Luca: dopo aver visto quel video su TikTok, ha fatto il passo successivo. Non si è fermato all’autodiagnosi. Ha cercato uno specialista, ha fatto una valutazione seria, ha scoperto che sì, aveva ADHD dall’infanzia, ma aveva anche sviluppato un disturbo d’ansia secondario legato a anni di frustrazioni non comprese. Ora sta seguendo un trattamento integrato farmacologico e psicoterapeutico. Dice: “Per la prima volta nella mia vita, non mi sento costantemente in ritardo su me stesso”.
L’ADHD dall’infanzia all’età adulta si trasforma, ma non scompare. Riconoscerlo è il primo passo, ma serve farlo nel modo giusto: con competenza clinica, non con like su un video. Comprenderlo è il secondo passo. Trovare un modo per conviverci, trasformando i limiti in punti di partenza per strategie nuove, è il viaggio di una vita. Un viaggio che merita di essere fatto con strumenti adeguati, supporto professionale, e la consapevolezza che non si è soli. Ma anche con la consapevolezza che non tutto ciò che somiglia all’ADHD lo è davvero. E distinguere tra le due cose può cambiare tutto.
Bibliografia
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