Lo sbadiglio del tuo cane dopo una passeggiata. Quella nuova abitudine di seguirti da una stanza all’altra. Le notti in cui non riesce a trovare una posizione comoda. Sono comportamenti che liquidi con un’alzata di spalle, forse stanchezza, forse capriccio. E invece potrebbero raccontare qualcosa che il tuo cane non sa dirti a parole: il dolore del cane si esprime in un linguaggio che noi, anche dopo anni di convivenza, facciamo fatica a tradurre.
Un nuovo studio dell’Università di Utrecht, pubblicato sulla rivista PLOS ONE nell’aprile 2026, ha messo nero su bianco un dato che fa riflettere: i proprietari di cani non sono significativamente più bravi dei non proprietari nel riconoscere i segnali meno evidenti del dolore del cane. Anzi, in certi casi, chi non ha mai vissuto con un cane dimostra una sensibilità maggiore.
Il dolore del cane parla sottovoce
La ricerca, condotta da Silvia Gardeweg, Dionne Picard e Ineke van Herwijnen, ha coinvolto 647 partecipanti (530 proprietari e 117 non proprietari) attraverso un questionario online. I partecipanti non sapevano che lo studio riguardasse specificamente il dolore: pensavano di valutare genericamente il comportamento canino. Questo dettaglio metodologico è cruciale, perché ha evitato risposte orientate dalla consapevolezza del tema.
I ricercatori hanno presentato 17 comportamenti da valutare su una scala da zero a quattro, dove quattro indicava la massima probabilità che quel comportamento segnalasse dolore del cane. E qui arriva la sorpresa.
Comportamenti come il cambiamento di personalità, l’oscillazione dell’umore e la riduzione del gioco sono stati riconosciuti abbastanza bene da entrambi i gruppi. Ma altri segnali (annusare l’aria, leccarsi il naso, sbadigliare) sono rimasti praticamente invisibili per la maggioranza dei partecipanti, nonostante la letteratura scientifica li colleghi a condizioni di disagio fisico.
Il dato più controintuitivo: per due comportamenti specifici (il cane che gira la testa o il corpo dall’altra parte, e il cane che si immobilizza improvvisamente) i non proprietari hanno attribuito punteggi di probabilità di dolore più alti rispetto ai proprietari. Chi vive con un cane da anni, paradossalmente, riconosce meno bene certi segnali di chi un cane non lo ha mai avuto.
Perché chi ama di più capisce di meno
La spiegazione che i ricercatori di Utrecht propongono ha una logica quasi beffarda. I proprietari esperti hanno imparato, nel tempo, ad associare certi comportamenti (voltarsi, immobilizzarsi) allo stress o alla paura. Questa categorizzazione funziona nella maggior parte dei casi. Ma diventa una trappola cognitiva quando il dolore del cane si manifesta attraverso gli stessi identici segnali.
In pratica, l’esperienza crea una scorciatoia mentale: il cane si blocca, il proprietario pensa “è spaventato” e chiude la questione. Il non proprietario, privo di questa scorciatoia, resta aperto a tutte le possibilità, dolore incluso. È un meccanismo che chi lavora con la mente umana conosce bene: le certezze accumulate possono diventare punti ciechi.
Lo studio ha anche sottoposto ai partecipanti tre scenari narrativi. Il primo descriveva un cane con segnali di dolore evidenti legati al movimento (zoppia, zampa sollevata, riluttanza a camminare): il 97% dei proprietari e il 92% dei non proprietari lo ha riconosciuto correttamente. Il secondo scenario presentava segnali sottili del dolore del cane: un cane che segue i familiari di stanza in stanza, irrequietezza notturna, passeggiate più brevi. Qui il divario scompare: circa il 53% dei proprietari e il 55% dei non proprietari ha identificato il dolore come probabile causa. La metà dei partecipanti ha mancato completamente il collegamento con una condizione dolorosa.
Il corpo che non riesce a parlare
Fermiamoci un momento su questa immagine: un cane che inizia a seguirti ovunque, che di notte si rigira senza pace, che accorcia le passeggiate. Per chi gli vive accanto è facile attribuire questi cambiamenti all’ansia, alla vecchiaia, al temperamento. Eppure quel corpo sta cercando di comunicare qualcosa che non ha parole per dire. Il dolore del cane si traduce in comportamento perché non ha altra via di espressione.
Una ricerca pubblicata su Frontiers in Veterinary Science nel 2024 (Malkani et al.) conferma che nei cani con disturbi muscoloscheletrici i cambiamenti comportamentali precedono tipicamente i segni fisici. Paura aumentata, recupero più lento dopo eventi stressanti, minor interesse per il gioco e le interazioni sociali: tutto questo appare prima della zoppia, prima della rigidità. E i proprietari, in quello studio, cercavano assistenza veterinaria solo quando i segni fisici diventavano evidenti.
Significa che esiste una finestra temporale, a volte lunga settimane o mesi, in cui il cane sta soffrendo e nessuno lo sa. La sofferenza silenziosa non è meno reale di quella urlata.
L’esperienza del dolore cambia lo sguardo
Tra i risultati più significativi dello studio di Utrecht c’è una scoperta che riguarda l’esperienza personale. I partecipanti che avevano attraversato un evento doloroso nella propria vita (un incidente, una malattia, un intervento chirurgico) mostravano una capacità decisamente maggiore di riconoscere il dolore del cane negli scenari sottili. Il 60% di chi aveva vissuto il dolore in prima persona identificava correttamente la sofferenza nel caso sottile, contro il 46% di chi non aveva questa esperienza.
Lo stesso schema si ripeteva per i proprietari il cui cane aveva attraversato un evento doloroso in passato (intervento chirurgico, infortunio, malattia): il 62% di questo gruppo coglieva i segnali sottili, contro il 46% di chi non aveva mai visto il proprio cane soffrire. Chi ha conosciuto il dolore, il proprio o quello del proprio animale, sviluppa una sensibilità che rimane.
Una ricerca della Colorado State University (Kogan et al., 2024) ha dimostrato che anche una breve sessione educativa sui segnali corporei legati al dolore del cane aumenta significativamente la preoccupazione dei proprietari e la probabilità che contattino un veterinario. L’educazione funziona, anche quando è minima.
Chi vive accanto al dolore del cane
C’è un aspetto di questa ricerca che merita attenzione oltre i numeri: il peso che ricade su chi vive con un animale sofferente senza saperlo. I proprietari intervistati nello studio erano per l’88% donne, e il 42% aveva un’età compresa tra i 50 e i 65 anni. Persone che, nella stragrande maggioranza, considerano il proprio cane un membro della famiglia.
Scoprire di aver mancato dei segnali può generare un senso di colpa paralizzante. “Come ho fatto a non accorgermi?” è la domanda che molti proprietari si pongono dopo una diagnosi tardiva. Ma questo studio dice qualcosa di diverso dalla colpa: dice che il problema è strutturale, non individuale. Il dolore del cane parla una lingua che nessuno ci ha insegnato a comprendere, e le nostre stesse conoscenze possono renderci più sordi.
Chi convive con un cane che ha dolore cronico non riconosciuto spesso affronta anche le conseguenze comportamentali di quel dolore: aggressività inspiegabile, ritiro sociale dell’animale, erosione progressiva della relazione. Uno studio di Kwik et al. (2025) segnala che tra il 30% e l’80% dei cani indirizzati a consulenze comportamentali presenta almeno una condizione dolorosa sottostante. Il comportamento “problematico” è spesso dolore travestito.
I 17 segnali: cosa osservare davvero
Lo studio di Utrecht ha valutato 17 comportamenti specifici. Ecco quelli che la ricerca collega al dolore del cane, ordinati dalla maggiore alla minore riconoscibilità da parte dei partecipanti:
- Cambiamento di personalità e oscillazione dell’umore
- Sollevamento esitante della zampa
- Riduzione del gioco e dell’attività
- Cambiamento nell’aspetto generale
- Aumento della pulizia (grooming) in zone specifiche
- Immobilizzazione improvvisa (freezing)
- Girarsi dall’altra parte con testa o corpo
- Sbadigli, leccamento del naso, annusamento dell’aria
Gli ultimi tre nella lista sono anche quelli che la maggior parte delle persone non associa al dolore. Eppure possono rappresentare segnali precoci, quelli che compaiono prima che la zoppia o il guaito rendano la sofferenza innegabile.
Imparare a leggere il dolore del cane: si può
Il messaggio più incoraggiante dello studio di Utrecht è che questa cecità non è definitiva. L’esperienza e l’educazione chiudono il divario. I proprietari che hanno attraversato un episodio doloroso con il proprio cane portano con sé quella conoscenza per sempre. Se veterinari, educatori cinofili e programmi di sensibilizzazione riescono a replicare anche solo una frazione di quell’apprendimento senza richiedere che il cane soffra prima, il beneficio sarà enorme.
Il dolore del cane non è una condanna al silenzio. È un linguaggio che aspetta di essere ascoltato: attraverso occhi più attenti, mani più consapevoli e la disponibilità a mettere in discussione le proprie certezze. Perché a volte il cane che ti segue da una stanza all’altra non sta cercando compagnia. Sta cercando qualcuno che capisca.
Questo articolo ha finalità informative e non sostituisce il consulto con un medico veterinario. Se noti cambiamenti nel comportamento del tuo cane, rivolgiti al tuo veterinario di fiducia.
Riferimenti bibliografici
Gardeweg, S. M. A., Picard, D. E., & van Herwijnen, I. R. (2026). The abilities in dog pain sign recognition as assessed by presenting seventeen listed dog behavioural signs and three case descriptions to dog owners and non-dog owners. PLOS ONE, 21(4). https://doi.org/10.1371/journal.pone.0344512
Malkani, R., Paramasivam, S., & Wolfensohn, S. (2024). How does chronic pain impact the lives of dogs: an investigation of factors that are associated with pain using the Animal Welfare Assessment Grid. Frontiers in Veterinary Science, 11, 1374858. https://doi.org/10.3389/fvets.2024.1374858
Kogan, L. R., Currin-McCulloch, J., Brown, E., & Hellyer, P. (2024). Dog owners’ perceptions and veterinary-related decisions pertaining to changes in their dog’s behavior that could indicate pain. Journal of the American Veterinary Medical Association, 262(10), 1370-1378. https://doi.org/10.2460/javma.24.02.0120
Kwik, J., De Keuster, T., Bosmans, T., & Mottet, J. (2025). Detection of maladaptive pain in dogs referred for behavioral complaints: challenges and opportunities. Frontiers in Behavioral Neuroscience, 19, 1569351. https://doi.org/10.3389/fnbeh.2025.1569351



