Cinquantadue mesi. Quattro anni e mezzo di attesa, carte, colloqui, verifiche. Poi arriva il decreto di idoneità, l’abbinamento, l’incontro. Il bambino ha sei anni e tre mesi. Nel 67,1% dei casi ha bisogni speciali: età superiore ai sette anni, disabilità documentate, parte di un gruppo di fratelli. La genitorialità adottiva inizia qui, in questo momento preciso dove si incrociano due storie di lutto. La coppia che ha elaborato (o no) l’infertilità. Il bambino che porta con sé il peso dell’abbandono. Quello che succede dopo dipende da quanto questa consapevolezza è stata preparata.
Quando l’adozione nasce da un lutto non detto
Chi arriva alla genitorialità adottiva dopo anni di trattamenti per la fertilità vive spesso l’adozione come ultima possibilità. L’infertilità è stata vissuta come un lutto: la perdita della capacità riproduttiva, del figlio biologico immaginato, del corpo che avrebbe dovuto funzionare diversamente. Quel senso di fallimento, se non elaborato, diventa il terreno su cui si costruisce l’attesa del bambino adottato. Con aspettative irrealistiche, perfezionismo, isolamento dalla rete sociale, stress genitoriale elevato.
La ricerca lo conferma: il 40% delle persone con problemi riproduttivi sviluppa sintomi depressivi o ansiosi, con livelli di stress psicologico paragonabili a quelli di pazienti oncologici. La genitorialità adottiva non può essere l’ultima spiaggia. Deve nascere da una scelta consapevole, non da una rinuncia forzata. Altrimenti il bambino che arriva si trova caricato di un peso che non gli appartiene: quello di riparare una ferita che era già lì, prima di lui.
Uno studio italiano del 2025 pubblicato sull’International Journal of Environmental Research and Public Health ha analizzato 39 giovani adulti adottati e 72 genitori adottivi. I risultati mostrano che il 40,6% dei giovani adottati presenta attaccamento disorganizzato, il 28,1% evitante, il 15,6% ambivalente. Solo il 15,6% ha un attaccamento sicuro. Percentuali significativamente diverse dalla popolazione normativa italiana.
Il trauma cumulativo: cosa porta con sé il bambino adottato

L’abbandono non è un evento. È una ferita che si stratifica nel tempo. I bambini adottati hanno spesso vissuto trauma cumulativo: istituzionalizzazione precoce, separazioni ripetute, maltrattamenti, negligenza affettiva. Il loro sistema nervoso si è organizzato attorno alla sopravvivenza, non alla sicurezza. L’attaccamento, quando c’è stato, è stato insicuro, disorganizzato o assente.
La genitorialità adottiva incontra bambini che hanno imparato che gli adulti non sono una base sicura. Che il mondo è imprevedibile. Che chiedere aiuto può essere pericoloso. Il corpo di questi bambini parla: ipervigilanza, difficoltà nel regolare le emozioni, reazioni esagerate a stimoli minimi, comportamenti che sembrano provocatori ma sono tentativi disperati di controllare un ambiente percepito come minaccioso.
La ricerca mostra che l’adozione dopo i 12 mesi aumenta significativamente il rischio di attaccamento insicuro. I bambini adottati tardivamente (dopo il primo anno) presentano tassi più elevati di disorganizzazione e rappresentazioni negative degli adulti. Questo non significa che il recupero sia impossibile. Significa che la genitorialità adottiva richiede competenze specifiche che vanno oltre l’amore e le buone intenzioni.
Perché l’amore non basta: l’attaccamento sicuro dei genitori come risorsa
C’è un dato che sfida le aspettative: non esiste correlazione tra il pattern di attaccamento dei genitori adottivi e quello dei figli adottati. A differenza di quanto accade nelle famiglie biologiche, dove l’attaccamento sicuro del genitore predice quello del figlio, nella genitorialità adottiva questo meccanismo non funziona automaticamente. Il bambino arriva con una storia di attaccamento già scritta. I genitori possono offrire una base sicura, ma il bambino deve prima imparare a riconoscerla come tale.
Quello che fa la differenza, però, è la qualità della comunicazione in famiglia. Lo studio ha rilevato che il 73,6% dei giovani adulti adottati ha ricordato una comunicazione assente o povera sull’adozione. Solo il 40% poteva parlare con entrambi i genitori dell’adozione. Il 67,7% dei genitori ricordava aspetti burocratici, solo il 33,3% ricordava memorie emotive e relazionali della costruzione del legame.
Quando la genitorialità adottiva include comunicazione aperta, empatica, emotivamente ricca sull’adozione, l’attaccamento sicuro diventa più probabile. I genitori che riescono a parlare non solo delle carte ma del processo emotivo di diventare famiglia creano uno spazio dove il bambino può integrare la sua storia senza vergogna.
Il percorso adottivo in Italia: numeri e tempi reali
Nel 2024 sono stati adottati 691 minori stranieri in Italia, con un’età media di 6 anni e 3 mesi. La durata media del processo? 52 mesi. Quattro anni e mezzo dall’avvio della procedura all’arrivo del bambino. La Legge 184/1983, modificata nel 2001, regola l’adozione nazionale e internazionale. I requisiti per la genitorialità adottiva includono: matrimonio da almeno tre anni (o convivenza documentata), differenza di età tra 18 e 45 anni con il minore, assenza di procedimenti di separazione in corso.
Il percorso prevede: dichiarazione di disponibilità al Tribunale per i Minorenni, indagine dei servizi sociali (120 giorni), decreto di idoneità, abbinamento, affidamento preadottivo (un anno), adozione definitiva. Tempi lunghi che possono logorare o preparare, a seconda di come vengono vissuti. L’adozione internazionale, dopo un picco di 4.022 minori nel 2011, è scesa drasticamente: 478 nel 2023, in lieve ripresa nel 2024.
La genitorialità adottiva come incontro tra vulnerabilità
Chi vive accanto a un bambino adottato conosce la sensazione di camminare su un terreno instabile. Il bambino che non cerca contatto, che ruba cibo anche quando la dispensa è piena, che mente senza motivo apparente, che esplode per frustrazioni minime. I genitori adottivi si trovano spesso soli, con poche risorse, poco supporto, e la sensazione persistente di non essere abbastanza. Di star sbagliando qualcosa.
La genitorialità adottiva non è un atto eroico. È un processo relazionale complesso dove due fragilità si incontrano: quella del bambino che ha imparato a non fidarsi e quella dei genitori che devono accettare che l’amore, da solo, non basta. Serve conoscenza del trauma, capacità di leggere i comportamenti come comunicazione, supporto terapeutico quando necessario, rete sociale che non giudica ma accompagna.
Fattori protettivi nella genitorialità adottiva: attaccamento sicuro nei genitori (valutato con Adult Attachment Interview), comunicazione aperta sull’adozione, competenza autobiografica dei genitori riguardo la costruzione precoce delle relazioni, qualità della cura, sensibilità e funzione riflessiva genitoriale, tempo trascorso nella famiglia adottiva (il recupero è possibile ma richiede una base sicura).
La genitorialità adottiva non è la riparazione di due mancanze. È la costruzione di qualcosa di nuovo: una famiglia che non nega le origini, che non cancella il dolore, che non pretende gratitudine. Una famiglia dove il bambino può finalmente sperimentare che gli adulti possono restare, anche quando lui spinge via. Che la casa può essere sicura, anche se tutte le case precedenti non lo erano. Che il futuro può aprirsi, anche se il passato è stato chiuso troppo presto. Questo richiede tempo, competenza e una forma di amore che sa stare nella complessità senza cercare scorciatoie.
Bibliografia
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