Lampedusa, estate 2015. Tra i 385 richiedenti asilo che arrivano a riva, uno su tre manifesta sintomi di Disturbo Post-Traumatico da Stress1. Non piangono, non urlano. Stanno seduti in silenzio, lo sguardo fisso. Gli psicologi di Medici Senza Frontiere li riconoscono subito: sono quelli intrappolati in un tempo che non passa, dove la Libia continua ad accadere nel presente. Il trauma migratorio ha questa caratteristica: non distingue tra ieri e oggi. Il corpo ricorda le torture, la mente rivive i naufragi, anche quando il pericolo è finito.
Quando la memoria si frammenta
Chi vive un trauma migratorio sperimenta una rottura profonda nel modo di percepire se stesso e il mondo. La mente umana non è fatta per tollerare a lungo l’impotenza di fronte a minacce mortali. Quando le difese normali collassano, si attivano meccanismi di sopravvivenza che rischiano di rimanere accesi anche dopo anni: stati di allerta persistenti, flashback improvvisi, reazioni di collera sproporzionate a stimoli minimi. Il trauma migratorio stratifica tre livelli di sofferenza che si sommano invece di sostituirsi: le violenze nel paese d’origine, gli orrori durante il viaggio, lo stress una volta arrivati. Secondo lo studio condotto da Medici Senza Frontiere su chi sbarcò a Lampedusa tra 2014 e 2015, l’89% aveva subito violenze durante la migrazione, il 60% già nel paese di partenza.
La memoria traumatica funziona diversamente da quella ordinaria. Si frammenta, perde la collocazione temporale precisa, si manifesta attraverso il corpo prima che attraverso le parole. Chi soffre di disturbo da stress post-traumatico complesso vive intrappolato in ricordi che non si comportano come ricordi: sono presenti, invadenti, corporei. Il cervello non riesce a classificare quegli eventi come “passati” e continua a reagire come se il pericolo fosse attuale.
I numeri del trauma migratorio: Il 31% dei richiedenti asilo presenta PTSD nelle prime settimane dopo lo sbarco, il 20% soffre di depressione. Uno studio condotto in Svezia su rifugiati africani ha rilevato che l’80% aveva vissuto almeno un’esperienza traumatica prima della partenza, e il 44% mostrava sintomi di PTSD clinicamente significativi.
Il corpo che non dimentica

Il trauma migratorio non vive solo nella mente. Si inscrive nel corpo, trasformandolo in un indicatore costante di pericolo anche quando il pericolo è cessato. Chi ha attraversato il deserto, subito torture nei campi libici, assistito a morti in mare, porta questi eventi impressi nelle sensazioni fisiche: tachicardia, tensione muscolare cronica, disturbi del sonno, dolori diffusi senza causa organica apparente. Le somatizzazioni diventano un linguaggio alternativo per esprimere ciò che le parole non riescono a dire. Cefalee tensive, dolori addominali, vertigini: sintomi che i medici dei centri di accoglienza imparano a riconoscere come segnali di una sofferenza più profonda.
Il corpo traumatizzato resta in allerta anche quando la mente vorrebbe riposare. Un rumore improvviso, una divisa, un odore particolare possono innescare reazioni fisiologiche intense: il cuore accelera, il respiro si fa corto, i muscoli si tendono pronti alla fuga. Questo stato di iperattivazione cronica compromette la salute fisica nel lungo periodo, aumentando il rischio di malattie cardiovascolari, disturbi autoimmuni, infezioni croniche.
L’accoglienza che può ferire ancora
Il trauma migratorio non si esaurisce con lo sbarco. Paradossalmente, può intensificarsi proprio quando la persona si trova “al sicuro”. Le condizioni di accoglienza inadeguate, l’incertezza burocratica, l’attesa infinita per l’esito della richiesta d’asilo diventano fattori di stress post-migratorio che mantengono attivi i sintomi o ne generano di nuovi. Uno studio svedese ha documentato come chi resta in situazione precaria per lungo tempo mostri tassi di PTSD significativamente più alti rispetto a chi ottiene rapidamente protezione stabile.
La ricerca italiana conferma: vivere in centri di accoglienza sovraffollati, con oltre mille persone, aumenta drasticamente la probabilità di sviluppare forme gravi di disturbo post-traumatico. L’isolamento sociale, la noia forzata, la paura dell’espulsione, le lungaggini burocratiche agiscono come microtraumi quotidiani che impediscono alla psiche di riprendersi. Chi vive accanto a persone che soffrono di trauma migratorio conosce bene questo paradosso: sono arrivati, ma non possono ancora sentirsi arrivati.
La dissociazione come strategia estrema
Quando le esperienze diventano così estreme da essere letteralmente insopportabili, la psiche ricorre a difese primitive: la dissociazione. I frammenti di memoria più intollerabili vengono separati, confinati in parti della personalità che restano attive ma frammentate. Chi soffre di trauma migratorio complesso può sperimentare vuoti di memoria, sensazioni di irrealtà, momenti in cui non si riconosce più. Questi fenomeni dissociativi non sono una scelta né una debolezza: sono l’ultimo tentativo della mente di sopravvivere all’insopportabile.
La dissociazione tende ad aggravarsi con la sequenzialità dei traumi. Chi ha subito violenze ripetute nel tempo, in contesti diversi, sviluppa una frammentazione più profonda. Il problema non è solo ciò che è accaduto, ma il fatto che è accaduto più volte, in modi diversi, senza tregua. Il trauma migratorio ha proprio questa caratteristica: è cumulativo, stratificato, continuativo.
Gli operatori di fronte all’invisibile

Chi lavora con persone che portano un trauma migratorio si trova di fronte a sfide peculiari. La lingua è la prima barriera, ma non l’unica. Le differenze culturali nell’esprimere la sofferenza psicologica rendono difficile riconoscere i sintomi: in alcune culture il silenzio è il modo più comune di gestire il dolore, parlarne equivale a perdere la faccia o a tradire i propri morti. Gli operatori devono imparare a leggere segnali indiretti: le somatizzazioni che nascondono il PTSD, i comportamenti di evitamento che mascherano l’ansia, l’apatia che copre la depressione.
Mancano ancora percorsi di formazione adeguati per chi si occupa di accoglienza. Medici di base, infermieri, assistenti sociali si trovano a gestire situazioni cliniche complesse senza strumenti specifici. Il rischio di burnout per gli operatori è alto: ascoltare quotidianamente storie di tortura e violenza estrema lascia tracce anche in chi ascolta. Serve una competenza transculturale che vada oltre la buona volontà, che sappia riconoscere i segnali del trauma migratorio nelle sue manifestazioni culturalmente mediate.
Il paradosso dell’accoglienza: Le linee guida del Ministero della Salute italiano documentano che la prevalenza di PTSD nei sopravvissuti a tortura varia dal 9% al 50% a seconda della qualità dell’accoglienza ricevuta. Chi ottiene permessi stabili e percorsi adeguati mostra tassi minimi, chi resta in situazione precaria può vedere i sintomi aggravarsi progressivamente.
Verso un’accoglienza che cura
Il trauma migratorio non è un destino irreversibile. È possibile stare meglio, recuperare un senso di continuità personale, ricostruire relazioni sicure. Ma questo richiede un sistema di accoglienza che comprenda davvero cosa significa portare addosso anni di violenza estrema. Servono équipe multidisciplinari (etnopsichiatri, psicologi, mediatori culturali, medici) che lavorino insieme, centri di dimensioni umane invece di megastrutture, stabilità invece di precarietà infinita.
La ricerca è chiara: i fattori sociali post-migratori pesano quanto i traumi subiti. Un richiedente asilo che ottiene rapidamente protezione, accede al mercato del lavoro, costruisce una rete sociale ha probabilità molto più alte di superare il trauma migratorio rispetto a chi resta bloccato in un limbo burocratico per anni. Non è solo questione di terapia psicologica: è questione di dignità, di futuro possibile, di riconoscimento come persona e non come numero in un sistema di accoglienza.
Il trauma migratorio non è solo un problema individuale: è un fenomeno collettivo che richiede risposte collettive. I beneficiari degli interventi non possono essere solo i diretti interessati, ma anche le generazioni successive. I fattori di rischio per il disagio psichico si trasmettono attraverso le famiglie, possono avere ripercussioni fino alla terza generazione. Investire nella salute mentale di chi arriva significa investire nel tessuto sociale di intere comunità.
Il trauma migratorio non è debolezza né fragilità di carattere. È una reazione umana comprensibile a esperienze disumane. Chi è sopravvissuto al deserto, alla Libia, al Mediterraneo porta con sé una forza immensa. Il compito di chi accoglie non è curare una patologia, ma accompagnare un processo di ricostruzione che può durare anni. Riconoscere la sofferenza senza ridurre la persona alla sua sofferenza, offrire stabilità senza infantilizzare, stare accanto senza invadere. Questo richiede l’accoglienza del trauma migratorio: uno sguardo che sappia vedere, oltre la ferita, la persona intera.
Riferimenti bibliografici
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Danon, M., & Miltenburg, A. (2001). Rifugiati politici e salute mentale. Atti della Conferenza Internazionale Una Città Interculturale Da Inventare Esperienze Europee a Confronto. Padova.
Il Disturbo Post-Traumatico da Stress (PTSD) è una condizione psicologica che può svilupparsi dopo l’esposizione a uno o più eventi traumatici che minacciano la vita o l’integrità fisica o psichica (per esempio guerre, incidenti gravi, violenze, catastrofi). Si caratterizza per sintomi come ricordi intrusivi e dolorosi, incubi o flashback dell’evento, evitamento di situazioni che lo ricordano, forte attivazione fisica (allerta, irritabilità, insonnia) e alterazioni dell’umore e dei pensieri che compromettono la vita quotidiana.



