Educazione sessuale: le parole giuste per ogni età

“Mamma, da dove vengono i bambini?” Quel momento arriva. E se non hai le parole giuste, tuo figlio le cercherà altrove. Guida pratica.

Tre anni. È l’età in cui dovremmo iniziare a parlare di educazione sessuale ai nostri figli. Non di rapporti, non di contraccezione: di corpo. Di nomi corretti. Di confini.

Mentre il dibattito politico italiano si accende su cosa sia lecito insegnare nelle aule scolastiche (con l’emendamento Latini che nell’ottobre 2025 ha messo in discussione l’educazione sessuale alle medie), la scienza parla chiaro. Le linee guida OMS e UNESCO pubblicate nel 2020 raccomandano un approccio graduale, adattato all’età, che inizi dalla primissima infanzia. Il motivo è duplice: proteggere i bambini da abusi e costruire le basi per relazioni sane in adolescenza. Ma in Italia, dove solo il 47% degli adolescenti riceve educazione sessuale a scuola, questo compito ricade quasi interamente sulle famiglie. Che spesso non sanno da dove cominciare.

Da 0 a 5 anni: il corpo ha un nome

Quando iniziare a fare educazione sessuale? Dal primo bagnetto. Immacolata Scotese, pediatra di famiglia e membro della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale, è categorica: dai tre ai cinque anni bisogna insegnare ai bambini i nomi corretti dei genitali, senza soprannomi. L’abitudine di chiamare il pene “pisellino” o la vulva “farfallina” non protegge l’innocenza. Al contrario, rende i bambini più vulnerabili.

Il motivo è inquietante quanto concreto: i predatori sessuali tendono a usare i termini scientifici. “Mi fai vedere il pisellino?” suona innocuo a un bambino che ha sempre sentito quella parola. “Mi fai vedere il pene” attiva un campanello d’allarme in chi è stato educato a riconoscere che quel nome appartiene a una parte privata del corpo. Non si tratta di sessualizzare l’infanzia, ma di dare ai bambini uno strumento di autodifesa.

Cosa dire concretamente? A tre anni, è sufficiente spiegare che ci sono maschi e femmine con diverse parti del corpo. A quattro, quando arriva la domanda su come nascono i bambini, si può rispondere: “I bambini crescono nella pancia della mamma, in una sacca speciale chiamata utero, fino a quando sono pronti a nascere.” Niente cicogne, niente cavoli. Verità adattata all’età.

In questa fase, l’educazione sessuale significa anche insegnare il rispetto del proprio corpo e dello spazio altrui. I bambini devono sapere che le loro parti intime sono private, che nessuno ha il diritto di toccarle senza motivo (tranne mamma, papà o il pediatra durante una visita), e che devono dire “no” se qualcosa li mette a disagio. Questo è il fondamento del concetto di consenso, che li accompagnerà per tutta la vita.

Da 6 a 10 anni: come nascono i bambini (davvero)

Tra i sei e gli otto anni, le domande si fanno più dirette. “Ma come entra il bambino nella pancia?” Non è il momento di inventare storie poetiche. Maria Carmen Verga, pediatra e segretario nazionale della SIPPS, lo spiega con chiarezza: bisogna rispondere in modo semplice ma onesto, senza anticipare dettagli che il bambino non sta chiedendo.

Cosa dire: “I bambini nascono dall’unione di un uomo e una donna. L’uomo ha le cellule seme, la donna ha le cellule uovo. Quando si amano molto, possono decidere di avere un figlio insieme.” Se il bambino chiede di più, si può aggiungere: “Le cellule seme dell’uomo si uniscono alla cellula uovo della donna, e da lì inizia a crescere un bambino.”

L’importante è non mostrare imbarazzo. Un atteggiamento sereno comunica al bambino che la sessualità è una parte normale della vita, non qualcosa di cui vergognarsi. Se un genitore non sa rispondere, può dire: “Non lo so con precisione, ma mi informo e ne riparliamo.” L’onestà conta più della perfezione.

Questa è anche l’età in cui i bambini iniziano a confrontarsi con messaggi sessuali frammentari provenienti da televisione, pubblicità, internet. Alberto Pellai, psicoterapeuta dell’età evolutiva, parla di un “ipermercato della sessualità” in cui i bambini sono immersi senza strumenti per decodificare ciò che vedono. L’educazione sessuale in famiglia serve proprio a questo: offrire un tessuto di conoscenze sicuro in cui integrare le informazioni sparse che inevitabilmente ricevono.

Da 11 a 14 anni: pubertà, emozioni e relazioni

La preadolescenza è il momento in cui l’educazione sessuale diventa urgente. I corpi cambiano, gli ormoni entrano in gioco, le prime attrazioni si fanno sentire. Ma è anche l’età in cui, in Italia, le scuole si tirano indietro.

Cosa devono sapere i ragazzi a questa età:

  • I cambiamenti della pubertà: mestruazioni, erezioni spontanee, crescita del seno, cambio della voce. Devono sapere che è normale, che succede a tutti, e che il corpo sta semplicemente maturando.
  • Le emozioni che accompagnano questi cambiamenti: confusione, imbarazzo, curiosità. Validare queste emozioni li aiuta a non sentirsi sbagliati.
  • Il concetto di relazione sana: rispetto reciproco, comunicazione, consenso. Non si tratta solo di evitare rapporti sessuali precoci, ma di costruire le basi per relazioni equilibrate in futuro.
  • La pressione del gruppo e dei media: spiegare che la pornografia online non rappresenta la realtà delle relazioni, e che nessuno deve sentirsi obbligato a fare qualcosa solo perché “lo fanno tutti”.

Secondo uno studio Save the Children del 2025, solo il 47% degli adolescenti italiani riceve educazione sessuale a scuola, con forti differenze tra Nord e Sud (percentuali che scendono al 37% nelle Isole). Eppure, l’88,9% dei ragazzi e il 78,6% dei genitori la vorrebbero inserita nei programmi scolastici. Il 68% degli adolescenti dichiara di ricevere educazione sessuale in famiglia, ma la qualità di questa educazione varia enormemente.

Da 15 anni in poi: contraccezione, consenso e pornografia

A 15 anni, in Italia, il 21,6% dei ragazzi e il 18,4% delle ragazze ha già avuto un rapporto sessuale completo. A 17 anni, le percentuali salgono al 42,5% per i maschi e al 43,6% per le femmine. L’età del primo rapporto si è abbassata, ma la preparazione non è cresciuta di pari passo. I dati dell’indagine HBSC 2021-2022 mostrano un trend preoccupante: dal 2014 l’uso del preservativo è diminuito di nove punti percentuali tra i ragazzi e di sei tra le ragazze.

Cosa devono sapere:

  • La doppia contraccezione: pillola anticoncezionale per le ragazze e preservativo per i ragazzi. Non uno o l’altro: entrambi. Il preservativo protegge dalle malattie sessualmente trasmissibili, la pillola previene gravidanze indesiderate. E il preservativo va indossato prima di qualsiasi contatto tra i genitali.
  • Dove procurarsi contraccettivi: in farmacia, nei distributori automatici, nei consultori. Devono sapere che è un loro diritto proteggersi.
  • Il consenso non è negoziabile: “no” significa no, sempre. E il silenzio non è un sì. Devono imparare a leggere le emozioni dell’altra persona e a rispettare i confini reciproci.
  • La pornografia non è educazione sessuale: i contenuti pornografici online mostrano una sessualità distorta, spesso violenta, che non ha nulla a che fare con le relazioni reali. Parlarne apertamente li aiuta a sviluppare senso critico.

Immacolata Scotese insiste su un punto cruciale: gli adolescenti devono avere a disposizione il preservativo prima di averne bisogno. “Il ragazzino alle prime esperienze non conosce il proprio corpo come un uomo maturo e potrebbe essere travolto dall’atto sessuale”, spiega. Per questo il preservativo deve essere indossato subito, e deve essere conservato correttamente: non in macchina (le alte temperature lo danneggiano), non nel portafoglio, non nella custodia del telefono. Nello zaino o nella borsa.

Il ruolo della famiglia quando la scuola si tira indietro

L’Italia è tra gli ultimi sette Paesi europei senza educazione sessuale obbligatoria nelle scuole. In Svezia è materia curriculare dal 1955, in Germania dal 1968, in Francia dal 1998. Da noi, nel 2025, il dibattito politico è andato nella direzione opposta: vietare anche alle medie ciò che non era mai stato reso obbligatorio.

Il risultato? Le famiglie si trovano sole. Ma non tutte le famiglie hanno gli strumenti per fare educazione sessuale in modo efficace. Servono linee guida chiare, linguaggio adattato all’età, capacità di gestire l’imbarazzo. I pediatri della SIPPS hanno realizzato il progetto “Chiedi a me”, un booklet con video di un minuto destinato a genitori e adolescenti, proprio per colmare questo vuoto.

I punti chiave per i genitori, secondo l’OMS:

  • Creare un ambiente di ascolto aperto e senza giudizio: i ragazzi devono sentirsi a proprio agio nel fare domande. Questo ambiente si costruisce nel tempo, non si improvvisa.
  • Cogliere i momenti giusti: se la televisione lancia uno spunto, approfittarne. Non serve fare una lezione organica: brevi conversazioni ripetute funzionano meglio di un unico discorso imbarazzato.
  • Usare un linguaggio semplice: niente tecnicismi eccessivi, ma nemmeno eufemismi che confondono. Chiamare le cose con il loro nome.
  • Non delegare tutto alla scuola: anche quando (e se) arriverà l’educazione sessuale obbligatoria, la famiglia resterà il primo luogo di formazione.

Non è precocità: è protezione

L’educazione sessuale non anticipa comportamenti sessuali. Li contestualizza. Non sessualizza l’infanzia: la protegge. I dati lo dimostrano. Quando si fanno progetti di educazione sessuale completa, diminuiscono le gravidanze precoci, le malattie sessualmente trasmesse, le relazioni violente. Aumenta l’uso dei contraccettivi. Si costruiscono relazioni più sane.

Mentre il dibattito politico italiano si arena tra divieti e timori, i bambini crescono. Fanno domande. Cercano risposte. E se non le trovano in famiglia, le cercano altrove: su Google, sui social, tra coetanei altrettanto confusi, in video pornografici che mostrano una sessualità che non esiste. La scelta non è se parlarne o no. La scelta è: chi vogliamo che risponda alle loro domande?

L’educazione sessuale non è un discorso unico e imbarazzante da fare “quando sarà il momento”. È un percorso che inizia dal primo bagnetto e accompagna i figli fino all’età adulta, adattandosi ai loro bisogni e alla loro comprensione. È dire “pene” e “vulva” a tre anni. È spiegare come nascono i bambini a sei. È parlare di pubertà a undici. È mettere un preservativo nello zaino a quindici. È essere presenti, sempre, con onestà calibrata e senza vergogna.

Perché i nostri figli meritano di crescere con conoscenze corrette, relazioni sane e la capacità di proteggere se stessi e gli altri.

Riferimenti bibliografici

OMS Europa & BZgA (2010). Standard per l’Educazione Sessuale in Europa. Ufficio Regionale per l’Europa dell’OMS e Centro Federale per l’Educazione alla Salute.

UNESCO (2020). Comprehensive Sexuality Education: Country Profiles. UNESCO Publishing.

Save the Children Italia (2025). L’educazione affettiva e sessuale in adolescenza: a che punto siamo? Dossier nazionale.

OMS (2024). Health Behaviour in School-aged Children (HBSC) 2021-2022: A focus on adolescent sexual health in Europe, central Asia and Canada. Ufficio Regionale Europeo dell’OMS.

SIPPS – Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (2023). Chiedi a me: Booklet di ginecologia e educazione alla salute. Progetto educativo nazionale.

Verga, M.C. & Scotese, I. (2024). Interviste sull’educazione sessuale in età pediatrica. insalutenews.it, 26 novembre 2024.

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